Lo specchio con la memoria

L'amore di pietra di Grazyna Jagielska - Keller Editore

Recensione

Ho ricevuto in dono da un caro amico - in realtà una conoscenza recente con cui però si è trovata subito una sintonia - un romanzo che non saprei a quale genere attribuire. Come omaggio era un azzardo perché appunto ci conoscevamo da poco e ci univa la passione per la fotografia. Tuttavia, non si tratta di un libro fotografico o in cui è protagonista la fotografia. O forse si? Di certo non in senso letterale. 

Protagonista è Grazyna, una donna-spugna; una povera donna-spugna. Il marito, reporter di guerra a cui l'accomunavano all'inizio del loro rapporto un certo spirito di avventura, la passione per il viaggio, il desiderio di una vita in cui non entrasse la preoccupazione medio-borghese per i bicchieri spaiati o il servizio di piatti sbeccato, sviluppa progressivamente una particolare dipendenza: la dipendenza dall'adrenalina indotta dal trovarsi sulla soglia tra la vita e la morte; la dipendenza da quella «durata» da abitare con il cuore in gola; da quell'acme in cui sembra, illusoriamente sembra, che il senso del mondo si stia dischiudendo per noi, che una illuminazione improvvisa, una folgorazione stia finalmente arrivando. Insomma una dipendenza dalla guerra.

Si dice che quando stai per morire ti passi tutta la vita davanti e che si possa raggiungere in quell'unico istante un inaudito livello di comprensione della propria essenza. Wojciech, il nostro reporter, è pervaso dall'illusione che in ogni set di guerra, in mezzo ad esplosioni e bombardamenti, sia proprio il Mondo a poter sperare di vivere quella tragica autocomprensione, e che lui da impeccabile reporter debba riportarlo. Più che come giornalista si percepisce come un medium, un traghettatore di senso.

Lei, Grazyna, entra anche lei in guerra con la propria ansia. Ed è la guerra più feroce quella con se stessi, autodistruttiva, impietosa. A consuntivo di una esperienza lunga diversi decenni, conta con lui le partenze verso scenari di guerra: oltre cinquantatré guerre diverse. A molte è tornato più e più volte. Al terapista che l'ha in cura presso una residenza per malati di mente o più delicatamente definite malattie dell'anima, racconta di essere pronta alla morte del marito da almeno una ventina d'anni. Ha messo su delle strategie di resistenza. Ha provato a isolarsi, a desensibilizzarsi alla morte. Ma così facendo si è desensibilizzata anche alla vita. Ha provato a seguirlo. Lo ha considerato un eroe. Ha provato ad odiarlo. È lei ad apparire la più fragile. Ma non è così.

Entrambi i protagonisti soffrono di un sé fragile, instabile. Sono due fuggitivi. Lui fugge da se stesso attraverso il doping della perenne, esaltante tragedia. Lei fugge ciò che potrebbe essere, vivendo una vita parassitaria, attaccata a lui. Prova anche a seguirlo con la macchina fotografica e un manuale di fotografia. Si inventa fotoreporter dal nulla. Ma non per raccogliere le immagini che le si presentano davanti. Anche se lo fa. Ha bisogno di capire dove stiano andando. Ha bisogno di capire perché non possano avere una vita normale. Perché non possono apprezzare una casa, una tv, un divano? D’altronde neanche lei aveva mai desiderato quelle cose. Lo segue e lo attende. La corrode fino alla fine un dubbio: che lui sia un pazzo, un esaltato, un ipernarcisista che si compiace della propria miracolosa capacità di sopravvivere… o un eroe, un eroe assoluto.

La diagnosi per lei è «disagio post-traumatico da stress». E tutti se ne stupiscono perché non è lei ad essere andata in guerra. E invece si. Succede molto spesso che si incontrino due fuggitivi e trovino un equilibrio patologico, storto… Il giornalismo non è il protagonista. È l’occasione per parlare di un equilibrio storto. 

Succede spesso, che due riescano a vivere solo in un equilibrio storto, che riescano ad amarsi solo attraverso le urla. Succede spesso, di chiedersi se sia amore o dipendenza. Una dipendenza come un’altra.

Lo stile è scarno. Essenziale. Diaristico. E la fotografia c’entra perché lei ci propone delle crude istantanee di sé, dei suoi dubbi e dei suoi tremori. E come nelle migliori istantanee, il presente vale di più, è uno sguardo dentro.

Anche perché questo romanzo non è solo un romanzo. E lei è davvero la moglie del pluripremiato reporter Wojciech Jagielski.

13/06/2022
FOTOGRAFIA  GRAZYNA JAGIELSKA  GUERRA  KELLER EDITORE  L'AMORE DI PIETRA  RECENSIONE   REPORTER  ROMANZO  WOJCIECH JAGIELSKI