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Di Lisa e di Michele e della loro famiglia

Il matrimonio tra il regista e drammaturgo Michele Perriera, ex Gruppo ’63, e Lisa Ricca, scenografa e costumista. Hanno fondato insieme a Palermo la Compagnia Teathès

Naturalmente la foto è di Nicola Scandii. Il Giornale L’Ora era stato il trait d’union.: un laboratorio importante, dal quale molti hanno tratto insegnamento. Lì Michele conobbe anche la mia mamma, Vincenza Viola, per tutti Zina, che faceva la segretaria di redazione ai tempi di Nisticò e che definiva Michele “un giovane ragazzino che portava ogni tanto dei pezzi…” Mamma mia del 1929, Michele del 1937.

Tutto ciò che comincia è inesorabilmente destinato a finire. Eppure non sembra che la fine sia stata possibile osservando nella foto la loro impacciata felicità.

Si, impacciata felicità. Non trovo di meglio per descrivere ciò che colgo, non soltanto dall’espressione dei due sposi nella foto ma dall’averli conosciuti e frequentati dopo ed avere fatto esperienza del loro impacciato amore. Michele, alle prove di un qualche spettacolo del Teathès, riemergeva di tanto in tanto dalla profondità della sua drammatica e potente immaginazione, e rivolgeva lo sguardo a Lisa impacciato,; come se avendo appena lasciato chissà quali mostri della coscienza si vergognasse ma fosse anche contento di concepire un pensiero semplice come: “le giacche di scena sono già cucite?”

Lisa è stata per Michele la scenografa e la costumista di fiducia. E la contenitrice delle paure dell’artista e dell’uomo, riuscendo a non spaventarsi di fronte a nessuna difficoltà.

Lisa ha accettato con passione e visionarietà, di vivere una vita in cui non sarebbero stati in due, o in quattro con i figli, come una famiglia normale, ma in Compagnia, sempre. E negli anni tanti si sono lasciati adottare dal carisma di lui e dalla pragmatica dolcezza di lei. E credo anche che ad un certo punto Michele se ne sia spaventato. La Comune Teathès era in fondo una Compagnia Teatrale: non si poteva tenere con sé tutti quanti e non erano tutti altrettanto bravi. Ma tutti altrettanto amati e rispettati nella libertà di andare.

C’erano delle aspettative in chi faceva i provini al Teatès. C’era un bisogno erotico di salvarsi da se stessi, dai propri genitori, dalla banalità del male vivere; c’era un bisogno erotico di cercare un senso. E di condividere. Non come si fa adesso con un like ma mettendo in gioco il sudore dell’inconscio. Accettando di mostrarsi anche sporchi e cattivi per rinascere. E no. Non era psicoterapia anche se poteva sembrarlo. Guai a confondere le cose. Anche se noi stessi ci scherzavamo sul fatto che l’accesso alla prima delle due scuole di via Libertà a Palermo fosse uno scivolo adatto alle ambulanze.

Michele portò a Palermo gli apici del teatro contemporaneo europeo, in una Sicilia che conosceva soltanto la programmazione più nazionale-popolare del circuito ETI. Portò Beckett, Brecht, Ionesco, Genet, Feydeau, successivamente Durrenmatt… Propose riscritture di Marlowe (in Morte per Vanto che si ispirava al Faust) e di Pirandello… Regie originalissime. La cantatrice calva, di Ionesco, cavallo di battaglia della compagnia, fu replicata per anni.

Poi vennero gli anni in cui si propose più intensamente anche come drammaturgo. E quindi Anticamera o Qui è quasi giorno solo per citare un paio di lavori. In questa fase la sua mente potentemente onirica e il suo teatro furono tutt’uno. La parola divenne sacra, comprimaria della corporeità che al suo teatro era sempre appartenuta. E come tutte le cose sacre, a volte, misteriosa e spaventosa. Qualcuno disse che il suo teatro s’era fatto pesante. Ma pesante è chi porta un peso. Perché Teathès non è morto per vanto ma di stenti, malgrado fasi di parziale e tardiva legittimazione pubblica. E così il teatro di Michele invecchiò, come invecchia chi soffre. Come il volto della mia mamma, che mostro con esitazione perché lei non avrebbe voluto.

Ma la mia mamma la associo a Michele perché avevano dei trascorsi amichevoli… E perché mia madre mi accompagnò il primo giorno al Teathès, facendomi carinamente sentire una deficiente. Ero l’unica che si presentasse con la mamma. Oggi ci rido e lo ricordo con tenerezza perché penso che quello che mia madre pensava fosse più o meno: “Visto che mia figlia vuole darsi al teatro, alla perdizione, meglio che lo faccia con un mio amico”.

Ciao Lisa. Ciao Michele.

Quello che scrivo oggi lo scrivo per amore e per giustizia perché d’amore e di giustizia sono da sempre assetata.

Quello verso Michele fu un amore libero. Qualcuno lo definì un guru ma non lo era. Quando alla metà degli anni Novanta interruppi la collaborazione con lui per la ricerca di un dottorato fuori, da Macerata dove lo vinsi gli scrissi una cartolina. Il contenuto era più o meno:

“Come è strano non avere più un quotidiano con voi al Teathès. E’ ancora un’esperienza così vicina… Eppure sono qui da tempo. Com’è strano non trascorrere tutti i pomeriggi e le sere come ho fatto per anni…”

Ma non era vero. Perché io frequento ogni giorno quella realtà che mi ha dato chi sono. Perché è nei laboratori di Michele che ho osservato come si osserva e si comprende il MIRACOLO DELLA COMUNITA’

P.S: la foto utilizzata in copertina è di Nostrat Panahi Nejad. E’ tratta dal set del film “Michele Perriera, frammenti di un romanzo d’amore” dello stesso Nosrat Panajhi Nejad.

L’Arlecchino di Paolo Rossi

 

A Palermo lo scorso 4 dicembre 2014 Paolo Rossi ha incontrato alcune classi del Marco Polo (istituto tecnico statale per il Turismo), del Regina Margherita (istituto Magistrale) e dell’Umberto Primo (liceo Classico). Le ha incontrate al teatro Biondo dove tra il 28 novembre e il 7 dicembre ha presentato uno spettacolo incentrato sulla figura di Arlecchino, insieme a tre bravissimi musicisti, i “Virtuosi del Carso” (Alex Orciari, Stefano Bembi e Emanuele Dell’Aquila).

Il suo Arlecchino – ha spiegato ai ragazzi – è un ritorno allo Zanni pre-goldoniano: una figura tipica della commedia dell’Arte cinquecentesca del tutto libera da schemi, creativa e trasgressiva al massimo grado. E, avendo anche assistito allo spettacolo, mi sembra gli calzi a pennello.

Il dialogo con i ragazzi e con il corpo insegnante è stato informale, sciolto, quasi familiare. Si è raccontato anche come padre ed ha affrontato tutte le incertezze che caratterizzano il mondo giovanile, da osservatore, umorista e genitore.

Mettendo in contatto attraverso i sogni il mondo dei vivi e quello dei morti, l’Arlecchino di Paolo Rossi coniuga magicamente il presente e il passato. Ed è un personaggio dai mille colori, specchio ideale della nostra caotica e mal risolta multiculturalità.

Il suo piccolo ma vivacissimo corpo da mimo tiene insieme i tanti discorsi che lo spettacolo porta avanti; e sono molti i riferimenti alla nostra vita sociale e politica. Tuttavia il livello è decisamente diverso da quello della pura e semplice satira politica. Malgrado un largo ricorso all’improvvisazione e al dialogo con il pubblico, non è uno spettacolo di sketch, come spesso accade ai comici. Al contrario, è uno spettacolo molto ben cucito ed è decisamente  di ampio respiro, perché si congiunge con la tradizione del lontano Cinquecento ma anche a quella più recente dei suoi diretti Maestri: Dario Fo’, Enzo Iannacci, Giorgio Gaber e Giorgio Streller soprattutto. D’altra parte, è lui stesso a dichiarare che la satira politica oggi non ha più molto senso: “Non si può fare la parodia di una parodia”. “Anche il teatro politico – dichiara sollecitato da qualche domanda – oggi non avrebbe senso, e forse non è ha mai avuto nel senso che il pubblico che frequentava un certo tipo di teatro era già un pubblico di sinistra, un pubblico già sensibilizzato ai temi per esempio di Brecht”.

Le scuole presenti stanno vivendo o hanno recentemente vissuto dei periodi di autogestione, con la solidarietà dei loro insegnanti. Ma – mi racconta la professoressa Maria Antonietta Ferreri (che nelle foto fa l’appello nel foyer del teatro) – in un certo senso sentono appieno la pesantezza della propria impotenza, la triste sensazione che non ci sia nulla che loro possono veramente cambiare”.

Ma Paolo Rossi replica: “Possibilità di imprimere un cambiamento? Bisogna non prendersi troppo sul serio ma fare seriamente!”

Il giullare irriverente d’un tempo ha lasciato il posto ad un saltellante filosofo, che scherza sulla morte e con la morte per trovare e regalare un nuovo slancio verso la vita.

Anna Fici