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L’esperienza del tempo e l’alienazione

di Anna Fici

Non so quanto riuscirò a tener fede al proposito di inserire nel mio sito un contenuto al giorno, che si tratti di una riflessione, di un commento, della recensione di un libro… Forse uno alla settimana è una prospettiva più realistica. Perché è strano davvero ma il tempo, in questi giorni di forzata segregazione domestica, sta scorrendo ad una velocità incredibile e ancora non riesco a capire bene come mai. E ci sono, malgrado tutto, tante cose da fare… da pensare… 

Ma proprio perché è il rapporto con il tempo il dato più stupefacente di questa mia esperienza – mia si, ma anche condivisa con tante persone che mi fanno analoghi resoconti delle loro giornate – ho deciso di partire da un autore e da un libro che proprio di questo di sono occupati. Mi riferisco al sociologo Hartmut Rosa (nato nel 1965) e al suo libro «Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità». Uscito per la prima volta a Berlino nel 2013, è stato pubblicato in Italia un paio di anni dopo da Giulio Einaudi. 

Anche se non sapessimo nulla dell’autore e della sua carriera scientifica, già nel titolo di quest’opera potremmo rintracciare almeno un paio di informazioni importanti: il fatto che si faccia riferimento al concetto di «alienazione», unito al fatto che nel sottotitolo si menzioni la teoria critica della società, ci dicono che le riflessioni contenute nel volume si inquadrano nel più ampio contesto della tradizione francofortese. Inoltre, l’uso dell’espressione «tarda modernità» al posto di un’altra espressione in voga, ovvero «post-modernità» inaugurata da J. F. Lyotard, ci conferma questa sua affiliazione teorica. 

La Scuola di Francoforte [1], dal 1923 in avanti, ha prodotto un gran numero di riflessioni sulla società occidentale, moderna e industriale che, assumendo la produzione marxiana come punto di partenza, ha sviluppato un’idea della conoscenza scientifica in campo sociale come necessariamente critica. Ovvero necessariamente deputata a smontare i fenomeni sociali per mettere a nudo il loro meccanismo di funzionamento, metterne in luce le criticità e provare a svilupparne le conseguenze, talvolta anche perverse. Forse è per questa ragione che non ha mai goduto di simpatia diffusa, venendo probabilmente percepita come l’uccello del malaugurio dell’economia capitalistica e della società dei consumi, il cui successo si basa sull’effetto anestetico del benessere. Effetto che già il filosofo politico Alexis de Toqueville (1805 – 1859), nella sua profetica opera La democrazia in America (pubblicata tra il 1835 e il 1840), aveva messo in evidenza scrivendo:

Il tipo di oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà in nulla al dispotismo del passato…..Quando provo ad immaginare in quale sembiante il dispotismo apparirà nel mondo, vedo una folla immensa di uomini, tutti simili ed uguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piaceri minuti e volgari di cui nutrono la loro anima. Ognuno di essi, considerato a sé, è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici più vicini esauriscono per lui l’intera razza umana, e quanto al resto dei suoi concittadini egli è loro accanto ma non li vede, li tocca ma non li sente. L’uomo vive solo in se stesso e per se stesso: e se è vero che gli resta ancora una famiglia, è altresì vero che non ha più patria.

In questo modo Toqueville anticipa circostanze che saranno successivamente illustrate da filosofi e intellettuali di tutt’altra formazione culturale, come, ad esempio José Ortega y Gasset o Herbert Marcuse, autore riconducibile, appunto, alla teoria critica della società. 

Com’è facile immaginare, si è spesso tentato di disattivare la potenza della critica francofortese rimproverando ai suoi esponenti di aver portato avanti, più che un approccio sociologico scientifico, delle astrazioni filosofiche che, peraltro, risentivano fortemente dell’ideologia marxista. 

Ritengo sia giunto il momento di riconsiderare la tradizione francofortese alla luce della grande attualità di alcuni dei loro snodi teorici. In particolare qui ci occuperemo dell’evoluzione subita dal concetto di «alienazione».  

Hartmut Rosa, essendo a pieno titolo un contemporaneo e per me un coetaneo, inaugura per così dire la quarta generazione della Scuola. Per comprendere a pieno la portata teorica del volume sull’accelerazione è utile fare qualche passo indietro. 

Secondo Marx, che riprende il concetto da Hegel e Feuerbach attualizzandolo, l’alienazione scaturirebbe dal fatto che il processo di industrializzazione, in virtù della specializzazione e parcellizzazione del lavoro, avrebbe estraniato il lavoratore dal suo prodotto. Nel mondo agricolo, così come in quello artigiano della fase premoderna, i prodotti erano imputabili al lavoro e alle cure del singolo lavoratore che poteva così sentirsi gratificato del risultato. Nei prodotti egli riversava la propria sensibilità, il proprio ingegno e la propria creatività. L’artigianato particolarmente risentiva della mano tendenzialmente unica e riconoscibile del suo autore. La catena di montaggio introdotta dal nuovo sistema industriale, invece, costringe il lavoratore a partecipare ad una piccola parte soltanto dell’intero processo produttivo, spezzando quindi quel rispecchiamento che precedentemente era possibile per i lavoratori nel loro prodotto. Essi inoltre si ritrovano inseriti nel ciclo produttivo insieme alle macchine alle quali vengono sostanzialmente equiparati dall’imprenditore capitalista. Quest’ultimo infatti li considera degli ingranaggi del ciclo produttivo, sostanzialmente intercambiabili. Nella produzione più matura di Marx si può rintracciare una ulteriore accezione del concetto di «alienazione», ovvero si introduce il fenomeno del «feticismo delle merci» e si allude al fatto che i rapporti sociali tendano a diventare subordinati al valore di scambio. E il valore di scambio, a sua volta, sovraordinato al valore d’uso. Un uomo varrebbe, in questa prospettiva, a prescindere dalle sue qualità e capacità particolari, quanto il danaro che ha in tasca. 

La riflessione teorica della prima generazione della nota Scuola di Francoforte, ovvero di Horkheimer, Adorno e Marcuse, si concentra particolarmente sul sistema dell’industria culturale e sul ruolo dei mass media. Ovvero sul fatto che il sistema industriale, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, sia esteso al mondo della cultura, così trasformato nel mondo della produzione di «prodotti» culturali. Un mondo in cui le opere non sono più uniche ma prodotte in serie o comunque seguendo standard imposti. In questa ulteriore chiave di lettura il valore culturale di un’opera si ritroverebbe appiattito sul valore commerciale della stessa. I mass media implementano il sistema industriale inserendo al proprio interno la divisione e specializzazione del lavoro e seguendo, quale ideale regolatore, il successo espresso in vendite (libri, dischi, giornali e riviste, biglietti teatrali e cinematografici…) o in audience (trasmissioni radiofoniche o successivamente televisive). Al cittadino sarebbe riservato il duplice ruolo di produttore e di consumatore. E tutta la vita verrebbe risolta rimbalzando dall’uno all’altro ruolo senza vie d’uscita. In questo modo, il valore artistico, la creatività e la sensibilità, storicamente considerati valori non negoziabili, si ritroverebbero invece ad essere equiparati a oggetti, vendibili o invendibili. Alienante sarebbe dunque il sistema consumistico che i mass media supportano. 

Una ulteriore versione del concetto di «alienazione» si deve a J. Habermas che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta dello scorso secolo parla del processo di «colonizzazione dei mondi vitali». Tengo a precisare che Habermas non correla tale colonizzazione all’alienazione. Sono io personalmente – e me ne imputo la responsabilità – a vedere nella descrizione del processo, ua ulteriore declinazione del concetto. 

Secondo Habermas il capitalismo avanzato o tardo ha bisogno per proliferare di attingere ai «mondi vitali», ovvero a quei valori, a quelle tradizioni che sono nati e proliferati indipendentemente dalla razionalità strumentale che presiede al mondo della produzione e del negotio. L’espressione «mondi vitali» o «mondo della vita», è tratta dalla fenomenologia di E. Husserl. Con questa espressione Husserl allude a tutto ciò che nella vita quotidiana consideriamo noto, comune e ovvio. Ma il senso che Habermas attribuisce a questo concetto è più specifico e potrà essere al meglio espresso ricorrendo ad un esempio. L’appetibilità dei beni prodotti in serie, ci fa notare, non dipende dalle caratteristiche intrinseche del bene perché, per ogni genere merceologico, tali caratteristiche sono pressoché identiche. Se prendiamo in considerazione dei detergenti per pavimenti, essi sono composti quasi sempre dagli stessi componenti e sortiscono, in linea di massima, gli stessi effetti. Ma per portare il consumatore a sceglierne proprio uno tra i moltissimi che il mercato propone, occorre attingere al mondo della vita. La fidelizzazione dipende infatti dall’associazione di un prodotto a determinati valori estetici (ad es. il colore seduttivo del prodotto, la sua profumazione…), e a valori morali, culturali veicolati da storie. Alle storie attinge la pubblicità che sfrutta ampiamente ciò in cui ci riconosciamo, ciò che suscita in noi sentimenti ed emozioni. La nota pubblicità della Barilla di qualche decennio fa (https://youtu.be/YHn8Zg1XJ74) mostrava una bambina di pochi anni accompagnata a casa dal pulmino della scuola. La bimba bionda e bella, con addosso un impermeabilino giallo che le conferisce un aspetto da tenero pulcino, scendendo dal pulmino sotto la pioggia raccatta un gattino bagnato in strada e si presenta alla mamma con questo gattino in braccio. La bambina viene accolta a tavola dove vengono servite, in una atmosfera molto calda, delle penne al sugo e il gattino viene a sua volta accolto e sfamato con una ciotola di latte. Ecco che per portarci ad acquistare proprio quel prodotto e quel brand, l’industria deve rivolgersi al mondo dei nostri valori colonizzandoli, asservendoli alle logiche strumentali. In questa nuova accezione l’alienazione consisterebbe nell’erosione dei valori non negoziabili.  

Una volta riconsiderata l’evoluzione che il concetto di «alienazione» ha avuto da Marx ad Habermas, arriviamo al libro di Rosa da cui eravamo partiti. L’esordio del volume è – a mio avviso – interessante perché fin dall’Introduzione Rosa enuncia l’intenzione di favorire, con le sue riflessioni, un riavvicinamento della teoria sociologica e della filosofia sociale a quelle che sono le domande concrete, quotidiane, che le persone si pongono nell’arco della loro vita. E di ovviare quindi al problema che in pochi sappiano quale sia l’utilità del sapere sociologico. Annuncia quindi di voler tornare alle domande più importanti che tutti si pongono: che cos’è una «buona vita» e perché di fatto non l’abbiamo. Tutto ciò ha il sapore dello scandalo perché le scienze sociali hanno faticato molto, dal 1830 ad oggi, per rendersi autonome rispetto ad ogni giudizio morale, politico, ideologico. Il criterio della avalutatività su cui vi è stata un’ampia confluenza da parte dei sociologi in questi centonovant’anni, non permette di definire, né tanto meno di definire univocamente, che cosa possa essere una «buona vita». Proprio per questo Rosa decide di partire dalla seconda parte della domanda. E propone di analizzare la struttura temporale dell’esperienza perché essa e solo essa è in grado di connettere il microcosmo individuale al macrocosmo sociale. Il soggetto moderno, a differenza del «membro» nelle comunità premoderne, è poco condizionato dalla religione, dalle regole morali ed etiche ed è invece oppresso da un regime temporale che segue la logica dell’accelerazione sociale ed agisce nascostamente sulle nostre vite.

L’accelerazione sociale agisce come un regime totalitario, che investe ogni aspetto della nostra vita individuale e sociale e conduce a forme gravi ed empiricamente osservabili di alienazione sociale, che rappresentano l’ostacolo principale alla realizzazione di una buona vita nella società tardomoderna. [Rosa: 2015, p. IX]

Gli autori del passato avevano affrontato la modernizzazione ponendo ciascuno l’accento su un aspetto particolare. Weber aveva parlato di razionalizzazione; concetto poi ripreso da Habermas. Di differenziazione funzionale aveva parlato lo struttural-funzionalismo (Durkheim) e, in seguito, la teoria sistemica (Luhmann). Secondo Simmell la modernità avrebbe portato ad un processo di forte individualizzazione. Secondo la tradizione francofortese, appunto, alla mercificazione di tutti i rapporti. Queste letture – secondo Rosa – non vanno considerate come alternative l’una all’altra. Ciascuna coglie qualcosa di rilevante. In particolare, Rosa nota come già Weber, nella sua ricerca su Etica protestante e spirito del capitalismo avesse descritto l’etica protestante come una rigorosa disciplina temporale secondo la quale la «perdita di tempo» rappresenta il più grave fra tutti i peccati. Il tempo moderno sarebbe tempo razionalizzato, ottimizzato. 

Naturalmente, la teoria dell’accelerazione sociale che il volume propone non sostiene che sia il tempo in sé ad accelerare (altre scienze discutono significativamente l’esistenza stessa di un qualcosa che possiamo definire «tempo in sé», per cui figuriamoci se possiamo avventurarci nell’ipotesi della sua costante accelerazione…); né che questo processo di accelerazione sia estendibile ad ogni cosa, quando è evidente che possiamo empiricamente osservare processi di segno contrario e sacche di rallentamento come certe forme di vita comunitaria, ancorate ad una gestione tradizionale delle attività nel tempo, che vanno in controtendenza. Ciò nonostante, che la tendenza dominante sia quella dell’accelerazione è innegabile. Rosa propone a questo punto di distinguere tre ambiti che nella realtà sono fortemente interconnessi ma che può essere utile distinguere analiticamente ai fini della riflessione: l’ambito tecnologico, l’ambito dei mutamenti sociali e l’ambito del ritmo di vita. 

La tecnologia vive un indubitabile processo di accelerazione. Essa è definita da Rosa come qualsiasi processo che sia orientato verso un fine. In questa accezione ampia della nozione di «tecnologia» Rosa include i processi amministrativi e organizzativi. Riprendendo le riflessioni di Paul Virilio Rosa nota come l’accelerazione della sfera tecnologica così intesa, che comprende ad esempio comunicazione e trasporti, abbia trasformato radicalmente il regime spazio-temporale della nostra esperienza. Lo ha cioè trasformato in termini di percezione. Perché il tempo pressoché istantaneo di una telefonata o di una videochiamata (cose che oggi ci sono molto familiari) comprime o addirittura annichilisce lo spazio, modificando la nostra percezione di «vicino» e «lontano». Altri esempi possono essere trovati: la velocità dei voli ha avvicinato enormemente i luoghi in cui possiamo svolgere la nostra esperienza. In una stessa giornata possiamo svegliarci a Roma e camminare a New York già prima del tramonto. Lo spazio, grazie a ciò, ha perso l’importanza che aveva nella fase premoderna. 

Per quanto riguarda il mutamento sociale, si assiste già da qualche tempo ad una sorta di cronicizzazione del progresso che di conseguenza perde la possibilità di essere percepito come tale. Il progresso di cui avevano fatto gli elogi i positivisti della prima metà dell’Ottocento procurava stupore. E l’evoluzione della società occidentale veniva indicata come modello univoco (da cui la colonizzazione paternalistica verso i paesi non sviluppati) per il raggiungimento dell’unico senso possibile da dare alla vita: la «salvezza», nella versione religiosa sia cattolica che protestante, il «successo» nella versione laica (economico, sciale, politico). I mutamenti sociali, o meglio, il loro ritmo, è mutato. Valori, mode, stili di vita non seguono più una velocità di mutamento intergenerazionale ma intragenerazionale. Ciò porta a ad una contrazione del presente. Ovvero: quanto dura ciò che indichiamo come presente? Da ciò la definizione che meglio rende l’intuizione di Rosa: 

L’accelerazione sociale è definita da una crescita dei ritmi di decadenza dell’affidabilità di esperienze e aspettative e dalla contrazione degli archi temporali definibili come presente [Rosa: 2015, p. 13]

Tutto ciò è empiricamente esperibile da ognuno. Ad esempio, nel campo della famiglia, si assiste al fatto che oggi la durata di un nucleo familiare è spesso inferiore alla durata della vita di un individuo che ne costituisce più d’uno. Nel campo delle competenze lavorative, un padre di sessant’anni potrebbe non essere in grado di capire che lavoro faccia suo figlio se questo per esempio ha studiato e lavora in un campo nuovo relativo al web e ad una delle professioni che appena un decennio fa erano inimmaginabili. 

Nell’ambito dei ritmi di vita, Rosa parla dell’aumento del numero di singole azioni o esperienze realizzabili in una unità di tempo (multitasking e/o fare più cose in meno tempo). Ciò porta tutti noi, dotati di strumenti tecnologici per velocizzare alcune operazioni, a non godere di un risparmio di tempo ma ad utilizzare il tempo risparmiato per svolgere ulteriori compiti. Banalmente, la diffusione delle email, che ci ha tolto la necessità di scrivere lettere da inviare per posta, (dovendo prima scriverle, poi forse ricopiarle, poi imbustarle, cercare il francobollo a volte fuori casa, recarsi ad una buca per le lettere o ad un ufficio postale, attendendo poi la risposta), o di incontrare faccia a faccia le persone che vogliono porci qualche quesito, non ci ha portato ad utilizzare il tempo risparmiato per svolgere attività del tempo libero. Ci ha invece portato a leggere molte più «lettere» di quanto avremmo fatto prima, affrontando di conseguenza molti più problemi in un solo giorno. Nella percezione generalizzata viviamo sempre una penuria di tempo. Esattamente come notavo all’esordio dell’articolo. La vita in casa che stiamo forzosamente affrontando non è la vita in casa come l’avrebbero vissuta i nostri nonni. Gli stimoli mediatici e tecnologici e le necessità del lavoro a distanza non permettono una automatica identificazione tra tempo a casa e tempo privato e libero.  

E’ ovvio che il risparmio (che in realtà non è un vero risparmio) di tempo sia correlato alla produttività e alla competitività. 

Poiché nel mondo moderno le chance, le opzioni di vita pro capite superano nettamente le esperienze concretamente vivibili dal singolo, l’accelerazione del ritmo di vita appare la soluzione più ovvia al problema. Non potendo allungare indefinitamente la vita, la allarghiamo con esperienze parallele. Oppure andiamo sempre più veloci per poterne accumulare il maggior numero possibile. Ma l’accumulo porta ad un rapporto consumistico con la vita. L’accumulo nega ogni forma di progettualità e investimento a lungo termine, come per esempio lo studio del pianoforte per il raggiungimento di un buon livello di interpretazione artistica o anche soltanto del diploma e favorisce le esperienze estemporanee come la partecipazione a workshop e seminari. La possibilità di investire a lungo termine in qualcosa, l’aspirazione ad una maturazione lenta, diventano elementi discriminanti perché la maggior parte di noi non se li può permettere. L’accelerazione sociale sarebbe dunque una strategia per avvicinare il tempo della nostra vita al tempo del mondo. Una risposta moderna al problema della finitezza e della morte. 

Secondo Rosa, a corollario dell’accelerazione sociale, vi è il problema dell’overload delle chance che siamo chiamati a valutare e scegliere. Nel mondo premoderno le chance di vita erano prodotte dall’appartenenza alla famiglia, al ceto, alla corporazione… mentre oggi il processo di individualizzazione, figlio della razionalizzazione che si è avvalsa della differenziazione e specializzazione funzionale del lavoro, ha liberalizzato, almeno teoricamente, il nostro accesso alle tante possibilità che la vita offre. Ma in questa tarda modernità  ci vediamo costretti a rinunciare definitivamente all’illusione illuministica di poter guidare la nostra vita mettendo a frutto la Ragione e facendo valutazioni razionali che ci portino, caso per caso, a individuare la miglior scelta possibile, l’opzione per noi vincente. L’edonismo deve rinunciare a delle basi razionali, intersoggettivamente condivisibili, e accontentarsi della seduzione istantanea. Quando le opzioni sono troppe e in continuo aumento o mutamento e noi ci troviamo a vivere su un tapis roulant che aumenta costantemente la velocità mettendo in crisi la stabilità sia nostra che della realtà intorno, siamo nel pieno della alienazione 4.0. L’alienazione di Rosa consiste in una distorsione strutturale profonda nella relazione tra sé e il mondo. 

La vicinanza fisica e la vicinanza sociale si separano. In larga misura ne sono responsabili i media e la dipendenza che noi abbiamo dalla realtà mediata. Quanta parte del mondo di cui noi teniamo conto nell’orientare la nostra vita, le nostre scelte, conosciamo direttamente? Quanta parte è sotto il nostro diretto controllo? E la preponderante parte di ciò che noi definiamo realtà, ovvero la realtà mediata, quanto è trasparente o opaca? Il web, accolto festosamente come strumento per bypassare lo strapotere degli emittenti nella fase massmediatica, che avrebbe dovuto fornirci un più diretto accesso all’informazione grazie alla quale definiamo la realtà, ha prodotto nuovi e ben più subdoli poteri, nuove distorsioni e nuovi livelli di occultamento. Ma questo è un argomento immenso che in questo momento non possiamo sviluppare perché ci porterebbe a perdere la messa a fuoco sul problema dell’alienazione. 

L’accelerazione sociale ci aliena dallo spazio e da un rapporto profondo con esso e con le sue caratteristiche peculiari. I luoghi tendenzialmente oggi hanno valore solo per le opportunità che offrono. Coerentemente con questo, la mobilità è dei vincenti. I radicati, definiti gergalmente «cozze», sono destinati a restare indietro. Ai giovani si prospetta l’Erasmus e la conoscenza delle lingue come primo approccio alla mobilità e a una vita di maggior successo possibile. 

L’accelerazione sociale ci aliena dalle cose; anche da quelle che abbiamo tradizionalmente considerato parte integrante della nostra identità. Esse non vengono più riparate, bensì sostituite senza più tener conto che il nostro «io» le abitava. I segni d’usura che un tempo sarebbero stati considerati testimonianze del nostro intimo rapporto con loro, diventano difetti. I mestieri legati alla riparazione degli oggetti come le piccole attività di sartoria o i ciabattini, tendenzialmente si estinguono. In particolare, le cose tecnologiche ci alienano diventando sempre più velocemente obsolete. Le nuove, con cui sostituiamo le vecchie, ci alienano perché più sofisticate e per ciò poco familiari. Il tempo entro il quale dovremmo riuscire a familiarizzare con esse diventa sempre più breve. Insomma la tecnologia ci sfugge, ci fa sentire rapidamente stupidi. Ma l’obsolescenza delle cose è una necessità insita nella logica dell’accelerazione sociale che è la logica del tardo capitalismo globale. 

Si può anche facilmente notare che l’accelerazione sociale ci aliena talvolta persino dalle nostre azioni, come quando gli stimoli a cui ci espone lo stare ad un computer collegato a Internet ci portano a deviare dalle nostre attività lavorative, ad esempio dalla stesura di un articolo. Fino a dimenticare che cosa all’origine volessimo fare. Siamo portati a risolvere le nostre curiosità culturali in un acquisto. Possediamo libri che non abbiamo il tempo di leggere e telescopi domestici che non abbiamo mai il tempo di imparare a usare. 

Come conseguenza di tutto ciò che qui abbiamo illustrato, siamo alienati da noi stessi e dagli altri, ovvero eterodiretti dal rigoroso regime temporale che agisce sulle nostre vite come un invisibile totalitarismo. Ci ritroviamo quindi prigionieri di un eterno, brevissimo presente. Ed è curioso osservare come la risposta di senso comune allo stress correlato all’incertezza, alla precarietà nella quale viviamo, sia spesso un invito a vivere pienamente l’attimo, quando in realtà è tutto ciò che facciamo ed altro non possiamo fare. Quindi, non soltanto dovremmo continuare a farlo ma dovremmo fare della vita istantanea un nuovo ideale regolatore, giustificato da una presunta saggezza orientale sicuramente male interpretata. La saggezza a cui si allude, infatti, invita alla presenza e alla coscienza del vivere attimo per attimo. Ma l’attimo del buddismo e della filosofia Zen è una indefinita durata e non l’unità di misura che fa da base alle decisioni utili al sistema. L’«uomo a una dimensione» di Marcuse si ripresenta in una nuova versione: l’uomo istantaneo, sganciato dalla coscienza dall’impossibilità di assaporare l’esperienza, ponderare, approfondire, soppesare. Tutte operazioni per le quali non ha il tempo.  

La situazione nella quale ci troviamo, del tutto inedita, è stata per me un invito a riflettere sul rapporto tra l’esperienza del e nel tempo e l’alienazione. Sono partita dalla raccolta di innumerevoli post in cui gli utenti dei social esternavano il loro stato, raccontavano la scansione della loro giornata. Sono rimasta colpita dal fatto di non aver mai incontrato la parola «noia» o parole di significato equivalente. Perché la costrizione all’interno di uno spazio limitato non rallenta la corsa ma aumenta ulteriormente il peso dell’esperienza mediata. Pur potendolo teoricamente fare, in pochi impiegano il loro tempo immergendosi in un libro di centinaia di pagine. Consumano voracemente intere stagioni di serie tv ed usano cercare l’intrattenimento trovandolo in strumenti come i computer, gli smartphone, le console per il gioco. Gli adulti si sono molto dedicati alla cucina, alla produzione di pani particolari, pizze e torte fino all’esaurimento di farine e lieviti nei supermercati. Ed anche questo è indicativo perché il cibo è una di quelle cose che fornisce una gratificazione immediata che si esaurisce nel suo consumo. L’apprendistato per la realizzazione di ricette gratificanti, grazie a YouTube, ai robot da cucina, può essere relativamente breve e facile. Ancor prima dell’esplosione della pandemia, il successo in questi anni della fotografia da smartphone e dei programmi televisivi dedicati alla cucina trova spiegazione nella ricerca di gratificazioni veloci e alla mano. «Cucinare una buona fotografia» scoprendo le funzioni del proprio smartphone o seguendo un tutorial su YouTube può fornire visibilità e ritorno di like senza l’apprendimento decennale richiesto dal pianoforte. 

Ma ho trovato sinceramente patologico e stupefacente che nessuno in questi giorni menzionasse la noia. Forse qualche bambino, non ancora inquinato dal modello dell’accelerazione. La noia infatti appartiene a chi si ferma a percepirla, a chi si da la possibilità di incontrarla. Anche la percezione dell’alienazione è rara. Perché è assimilabile all’habitat in cui ci troviamo a vivere e che consideriamo naturale. 

Naturalmente, questo articolo non è il frutto di una ricerca empirica ed io ho preso in considerazione solo le esternazioni dei miei conoscenti senza alcun criterio scientifico nella raccolta ed analisi dei loro post. L’intento nel ripercorrere le sorti del concetto di «alienazione» da Marx ai nostri giorni è stato puramente divulgativo, come divulgativo voleva essere lo stesso libro di Rosa che porta avanti l’argomentazione parlando di fenomeni empiricamente osservabili da tutti noi.  

[1] Per un approfondimento in merito alla Scuola di Francoforte si può cominciare consultando il volume di Luca Baldassare, (2019), La Scuola di Francoforte. Una introduzione, Editrice Cinamen. Per un quadro storico e teorico più esaustivo si consulti Rolf Wiggershaus (1992), La Scuola di Francoforte. Storia. Sviluppo teorico. Significato politico, Bollati Boringhieri, Ed. orig. 1986. Inoltre, utile è il volume antologico di Enrico Donaggio (a cura di), (2005),  La Scuola di Francoforte. La storia e i testi, Einaudi.


Un anno fa accadeva che…

#IoRestoaCasa

RaiRadio3 dedicasse una trasmissione mattutina, dal titolo «Qui comincia» al mio libro «Nella giostra della social photography».

Ve ne ripropongo il podcast https://www.raiplayradio.it/audio/2019/03/QUI-COMINCIA—Social-photography-522866c7-03f9-47f8-badc-c00e9589ce0c.html?wt_mc=2.www.fb.raiplayradio_ContentItem-522866c7-03f9-47f8-badc-c00e9589ce0c.&wt&fbclid=IwAR016pHZ23z3Yd9WPdaFkHZNZnYZHFxNDV179ycMG0kv4vZXP38WzxyIXtQ

Grazie ad una candela

#IoRestoaCasa – Un racconto di Anna Fici

All’alba il cielo si era presentato così azzurro e terso che Sara pensò all’improvvisa, radiosa bellezza dei moribondi. Era uscita, dopo diversi giorni in casa, per qualche commissione nel quartiere. L’aria era rimasta fresca e pulita per tutta la mattina. Ed era stato piacevole, in un primo momento, passeggiare in strada con il naso per aria. Tutto appariva come sospeso. I consueti rumori erano quasi del tutto scomparsi. In lontananza si udiva soltanto, a tratti, l’abbaiare dei cani. Forse randagi sorpresi e spersi. E a lei erano tornate in mente le domeniche dell’austerità. A setto o otto anni, con i pattini a rotelle insieme alla sorella più grande, percorreva la via Notarbartolo con il vento in faccia e il mondo consueto le appariva strano, mascherato.   

Poi, si era imbattuta in una fila di suoi concittadini dalla testa china, davanti alle porte a vetri di un grande supermercato. Tenevano le debite distanze e oramai la maggior parte era fornita di mascherine. Le sembrò che la solitudine fosse calata su tutti loro come una nebbia sporca e che si fosse insinuata in ogni interstizio, tra le loro dita, tra le pieghe del viso, intristendo gli occhi. 

Nel pomeriggio si era scatenato l’inferno.  

Verso sera, aveva frugato in giro per casa aprendo tutti i cassetti e gli sportelli della cucina. Ma dal cassetto delle cianfrusaglie, tra pezzi di spago, vecchi tappi di bottiglia e sacchetti di plastica ripiegati, era saltata fuori solo una candela smezzata. Si bloccò a pensare che anche sua madre e sua nonna avevano tenuto in cucina un cassetto come quello. E che lei aveva sempre pensato che non sarebbe mai caduta nell’accumulo di tali inutilità. Invece era là, proprio davanti ai suoi occhi. 

Tra poco il buio sarebbe arrivato e lei non aveva altro che quel pezzo di candela per affrontare la notte. Impensabile uscire a quell’ora. Il vento oramai viaggiava a circa cinquanta nodi. Giungevano da fuori sirene di ambulanze, o forse dei vigili del fuoco. Non aveva mai imparato a distinguerle. 

Non sembrava che quel pomeriggio lugubre appartenesse alla stessa giornata. 

Fino ad un’ora prima aveva potuto ascoltare la radio a pile che poi si era scaricata. Le ultime notizie erano state davvero spaventose. La gente che da oltre un mese viveva in uno stato di quarantena perenne per lo più a casa, e che usciva solo per i necessari approvvigionamenti nei pochi centri commerciali rimasti aperti, era stata raggiunta dalla notizia che anche l’acqua dei rubinetti si era infettata e che non avrebbero dovuto usarla nemmeno per lavarsi i denti. Il solo contatto con la pelle, con le mucose, poteva essere letale. 

«Chissà quanti, ignari, ne avevano già fatto uso», aveva pensato lei. 

Nelle ultime ore tutti si erano riversati in strada alla ricerca di acqua in bottiglie. Ma molti erano rimasti uccisi o feriti sotto il crollo di cartelli stradali, alberi e insegne. Si erano persino staccati pezzi di balconi. E in città era saltata la luce. 

Quanto vasto fosse il danno non c’era modo di saperlo perché le linee telefoniche erano saltate anch’esse. L’isolamento era totale. Sara aveva paura. Paura per sé e paura per la sorella che viveva un po’ fuori città, ad una ventina di chilometri. 

Sarebbe stato il momento ideale per riflessioni generali su come l’umanità si fosse oramai interamente consegnata alla tecnologia, su come ne fosse diventata schiava. Magari dopo avrebbero bombardato l’opinione pubblica con innumerevoli talk show in cui esperti di questo e di quello si sarebbero scontrati facendo un’audience mai raggiunta prima. Sarebbe stata l’occasione – pensò tra sé – per dar ragione all’autore della proposta di una «decrescita felice» che quando il libro era uscito a lei era sembrata solo una follia di tendenza. Ma la paura la attanagliava e non lasciava spazio ad altro pensiero che a quello della notte. 

Di certo non sarebbe riuscita a dormire. E come si fa a non fare assolutamente niente? Non sapeva se e quando accendere la sua misera candela. Voleva tenerla per quando le fosse stata assolutamente necessaria; ad esempio per andare in bagno. Ma aveva un tale bisogno di calore che fece una cosa irrazionale. La accese, malgrado fosse ancora presto. Si sentì subito meglio perché attorno a lei si creò immediatamente una piccola bolla di luce rossiccia rincuorante. Le sirene si allontanarono. Sentì che una specie di strana, immotivata pace la stava lentamente riempiendo. 

Come se poi non avesse più potuto farlo, come se si preparasse a un addio, si spogliò. Seduta sulla sedia di cucina rimase nuda a guardarsi, come avesse bisogno di riconoscersi un’ultima volta. Le gambe ancora esili, la pancia leggermente pronunciata, i seni piccoli, i capezzoli scuri e duri. Pensò che a ciò che sarebbe venuto, forse alla morte voleva consegnarsi così, con le spalle cadute sotto il peso di una testa troppo piena di cianfrusaglie, con le lievi varici che negli ultimi anni le erano spuntate. L’immagine di sé tremava nella luce fioca e dal petto le salì una commozione irrefrenabile. Pianse senza sapere perché. Pianse senza argomenti. Un pianto fisico voluto solo dal suo corpo. Era arrivata chissà come, chissà perché proprio in quel momento, al centro di sé, dove la mente tace e il corpo respira. Riconobbe quella sensazione. 

Le sue mani erano grandi e sempre calde. L’aveva stretta alla vita e sollevata in aria per farla ricadere nel suo abbraccio, molto tempo prima. Erano rimasti stretti tutta la notte, tenuti in vita dalle carezze. Il porto era deserto, caldo e senza vento. Tutti erano andati speranzosi a dormire. L’indomani sarebbe arrivata la nave dopo diversi giorni di isolamento e l’isola di Linosa avrebbe ritrovato la normalità. 

Lei lo aveva amato senza un domani. Ma «domani» stava arrivando. Il domani avrebbe bussato all’alba, avrebbe bussato con una folla vociante sulla banchina, il carico e scarico delle casse di cibo. I loro respiri accorciavano la notte come una clessidra. Ma dentro il tempo che passa c’era il loro «sempre», che sarebbe durato pochissimo ma per tutta la vita. Non lo aveva dimenticato. Ma un giorno correndo tra un articolo da scrivere e una lavatrice da caricare aveva posato quel ricordo dentro l’armadio per continuare a correre in santa pace. 

Ed ora era proprio come allora. Sulla sedia di cucina, con un corpo così diverso e così uguale, tra mille solitudini là fuori, la candela accorciava la notte e lei era tornata dentro quel «sempre». Calò il buio. Ma non se ne spaventò. Il tempo non fu più vuoto. Ritrovò la danza dei pesci. Ritrovò l’acqua profonda in cui si erano tuffati. E quando con il giorno ne riemerse, il mondo le sembrò patetico con le sue paure. E sorrise.  

La prima foto social della Storia e l’Autore 3.0

Pensieri del 9° giorno di #IoRestoaCasa

In questi lunghi giorni di reclusione domestica, più che mai stiamo attingendo a contenuti di varia natura (libri, musica, tv, home video) che un qualche autore ha prodotto. Dovremmo perciò essere più sensibili al tema che vado ad esporre. Forse anche più grati verso una figura, quella dell’Autore, che la rivoluzione digitale ha trattato male, per lo più. O sulla quale, nella migliore delle ipotesi, ha creato ambiguità.

Questo lungo articolo configge con le regole del web: testi brevi e semplici. Ma non è che per caso queste regole si possono sovvertire adesso, in un momento storico in cui tutto è sottosopra? Non è che quelle regole contengono una implicita sottovalutazione della curiosità culturale degli utenti? Della loro intelligenza e voglia di informarsi e prendere parte alle questioni più rilevanti?

E’ il momento a metterci davanti quanto il diritto d’Autore sia rilevante. Non tanto, o non soltanto in termini economici. Anche e soprattutto in termini di legittimo riconoscimento, legittima attribuzione di sensibilità, creatività, studio, professionalità.

Una riflessione di Anna Fici

Il nostro è un tempo caratterizzato da realtà duplici, ambivalenti e spesso contrapposte, da tendenze e controtendenze, la cui origine, a torto o a ragione, è frequentemente imputata ai media digitali e ai social. 

Il senso comune etichetta molti dei comportamenti “on line” come espressione di narcisismo o di esibizionismo, facendo peraltro molta confusione fra i due. Questo rafforzerebbe il senso del processo di individualizzazione di cui parlano i sociologi contemporanei. Narcisi ed esibizionisti rappresenterebbero infatti dei “super individui” per i quali il bisogno di relazioni compiacenti e avallative, è funzionale all’auto-esaltazione, diventa di supporto alla loro auto-referenzialità. Dunque, in questa prospettiva, della relazione sociale rimane solo la forma, la buccia e l’altro diventa strumento della propria auto-costruzione. Quest’ultima crea un ponte con l’autorialità perché il narcisista/esibizionista usa la creatività per trarne quello che gli psicologi chiamano «approvvigionamento narcisistico»: consenso, legittimazione, ammirazione. Non a caso la personalità narcisistica è spesso associata allo stereotipo dell’artista bisognoso dell’applauso. Naturalmente si tratta di visioni semplificate che riducono drasticamente la complessità del reale.

Tuttavia, se questa descrizione afferra qualcosa di vero, qualcosa di assolutamente diverso, se non opposto, legittimamente le si affianca. Il riferimento è alla perdita o, per meglio dire alla rinuncia tardo-moderna alla “autorialità”, vista come un vecchio orpello che il tempo della condivisione rende inutile, priva di senso. Si pensi alle numerose provocazioni del Luther Blisset Project a partire dalla seconda metà degli anni Novanta e al concetto di «intelligenza collettiva» con il quale il filosofo francese Piere Lévy ha descritto il mutamento antropologico che il fenomeno del cyberspazio avrebbe favorito. Oggi, termini come «cyberspazio» sono già desueti ma l’arrivo dei social ha pienamente realizzato ciò che Lévy aveva preconizzato, rivelando anche numerosi effetti perversi o indesiderati. L’intelligenza collettiva, intesa come effetto emergente della condivisione e cooperazione, ha perso in questi ultimi anni quasi ogni slancio utopico, anche se ancora oggi qualcuno è disposto a lasciare in secondo piano l’io e a farsi «sardina».  Qualcuno potrà ricordare come nei primi anni Novanta, anche in Italia si discutesse di un ritorno alla democrazia diretta per mezzo dell’elettronica, si lanciassero progetti di telematica civica come il progetto Iperbole e si esprimesse in vari modi la speranza che la Rete ci rendesse migliori. Nel tempo, l’ottimismo tecnologico è stato contrastato dal catastrofismo tecnologico. Intere generazioni – ovvero quelle dei digital divisi, degli esclusi – hanno vissuto un atteggiamento da «luddismo digitale», consistente nell’avversione a ciò che li riduceva di status e li marginalizzava. Qualcuno ha avanzato il sospetto che, piuttosto che di «intelligenza collettiva» bisognerebbe parlare di «stupidità collettiva». Solo il tempo distillerà l’esperienza digitale, tagliandole la testa e la coda, trovandone una descrizione che scavalchi la classica, oramai noiosa contrapposizione tra apocalittici e integrati. 

Nel corso degli ultimi due secoli, il mito moderno dell’Artista e dunque dell’Autore, nelle sue varie declinazioni e soprattutto in quella del tardo Romanticismo che riprende ed esalta la figura del Vate, aveva attribuito a quest’ultimo doti straordinarie ed uniche, quasi di preveggenza, definendo la poetica come l’impronta digitale di un’anima. Creatività e unicità, univoca riconoscibilità in termini di stile e linguaggio, sono andati di pari passo per secoli, da quando, nel Rinascimento, l’Arte ha cominciato a rivendicare una maggiore autonomia rispetto all’artigianato delle scuole e delle botteghe. Definire cosa faccia “Autore” è diventato il compito di una nuova élite, ovvero della critica – un compito sicuramente arduo – e la dimensione intellettuale è via via prevalsa su quella dell’esecuzione materiale, della capacità artigiana di produrre opere di buona fattura. Il senso dell’opera d’Arte ha iniziato molto lentamente attraverso i secoli ad esternalizzarsi, ovvero a dipendere in varia misura dall’interpretazione critica che nel Novecento farà di questa nuova figura intellettuale quasi un coautore.  

La nascita della fotografia ha prodotto un vero e proprio terremoto nell’ambito del dibattito sull’Arte e sull’autorialità. Superati tutti quei fattori tecnici che nei decenni immediatamente successivi alla presentazione di questa straordinaria invenzione all’Accademia delle Scienze (1839) ne facevano una pratica elitaria, intorno alla fine del XIX secolo, con la diffusione delle prime compatte Kodak, diventa una pratica diffusa e di grande successo. 

Il sociologo Pierre Bourdieu (1930-2002) che, su committenza Kodak-Pathé, svolse un’indagine sugli usi sociali della fotografia pubblicata per la prima volta nel 1965, la definisce un’ “arte media”, capace cioè di mediare tra pratiche volgari e pratiche nobili. Diffusa già allora trasversalmente tra le varie classi sociali in virtù del suo essere “alla mano”, la fotografia è una pratica che «a differenza di attività culturali più esigenti, come il disegno, la pittura o la pratica di uno strumento musicale, a differenza persino della frequentazione dei musei o dell’ascolto ai concerti, non presuppone né la cultura trasmessa dalla Scuola, né il tirocinio e il mestiere che conferiscono pregio ai consumi e alle pratiche culturali comunemente ritenute più nobili» [Bourdieu 2004, p. 39]. 

Apparentemente, anche al tempo dell’analogico, la fotografia poteva essere praticata da persone comuni, che le si potevano accostare da autodidatta. Le cose non andavano diversamente dal punto di vista complementare, ovvero dal punto di vista del pubblico, dei fruitori della fotografia: sembrava, infatti, che non fosse richiesta nessuna particolare formazione per apprezzarla, come se essa godesse di una sorta di autoevidenza per la quale nemmeno l’analfabetismo poteva costituire un problema. (Anzi, nel mondo dell’informazione, la fotografia era stata accolta in pompa magna perché avrebbe avvicinato ai giornali anche chi non sapeva né leggere né scrivere). Come se si trattasse della rivelazione di un «inconscio ottico» [Benjamin 2001, p. 16, poi Krauss 2008] che della mediazione umana, con tutte le implicazioni del relativismo culturale che ad essa sono intrinsecamente connesse, può tranquillamente fare a meno. 

Secondo questa prospettiva, oggi in parte superata, la Natura che si offre alle macchine non avrebbe altro autore che se stessa e attraverso la riproduzione meccanica svelerebbe anche di più di ciò che si può cogliere ad occhio nudo. La riproduzione fotografica attraverso l’ingrandimento dei dettagli consentirebbe la «scoperta» e per questo si renderebbe quasi necessaria all’atto conoscitivo. Si tratterebbe di una sorta di oggettivazione della realtà compiuta nel farsi cosa, cioè stampa. La trasformazione della realtà in immagini della realtà sarebbe dunque un passaggio necessario alla piena visione. Per vedere veramente bisogna posare lo sguardo sulle immagini del mondo e non direttamente sul mondo. 

Lo abbiamo fatto. Lo abbiamo fatto fino al punto di non vedere più niente. Fino a soffocare nell’overload visivo che caratterizza la contemporaneità, scivolandoci dentro senza alcuna consapevolezza, con l’atteggiamento ludico che caratterizza gli usi sociali – o per meglio dire social – della fotografia oggi. Ci muoviamo tra una miriade di schegge riflettenti, incapaci di soffermarci su qualcosa e incapaci di ricomporre la visione d’insieme. La fotografia è diventata altro. 

Mentre cercava un riscatto da questa fama di meccanicità e di mera applicazione scientifica a supporto dell’informazione e della conoscenza, mentre cercava di far dimenticare al mondo la condanna di Boudelaire attraverso mille espedienti creativi per i quali il referente reale si trasformava da palo della sua crocifissione a mera occasione espressiva, mentre gli Autori si palesavano e affermavano un loro linguaggio e una loro riconoscibilità in termini di temi e di stile, è arrivata l’informatica. E poi la telematica. E poi i media digitali. E in ultimo i social. 

Chi ha vissuto, da fotografo, professionista o meno, a cavallo di tutto questo in alcuni casi è riuscito a serfare egregiamente tra i marosi; in altri è andato sotto o ha rischiato seriamente di annegare.  

Ciò che ancora annaspa tra le onde è l’Autore. E non soltanto in fotografia. Esiste ancora? Esiste allo stesso modo? Ne è cambiato il concetto e il rispetto? Da Autori e di autorialità si può ancora vivere? Un caso….   

Il fotografo Tony Gentile, oggi cinquantenne, si è trovato, all’età di ventotto anni nel 1992 a scattare la celebre foto che ritrae i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in un atteggiamento di grande complicità, durante un incontro pubblico, appena qualche mese prima delle due stragi. Con un anticipo di dodici anni rispetto alla nascita di Facebook ad Harvard e di sedici anni dalla diffusione della versione italiana di questo social network, si è ritrovato, suo malgrado, autore della prima foto social della Storia. Perché a prescindere dalla nascita del concetto stesso di «social network», ancora lontana a venire, il destino di quella foto è stato un destino virale. Tanto che l’Autore ne è stato totalmente fagocitato. Molti non sapevano di chi fosse – e magari non lo sanno ancora – e molti altri conoscono Tony solo per quella foto e ignorano il resto della sua produzione, la sua intera vita professionale che ha attraversato anche l’agenzia di stampa Reuters, portandolo, come fotografo, al centro della scena mondiale. 

L’appropriazione di quell’immagine da parte delle associazioni e dello spontaneismo popolare, di quell’immagine così capace di restituire, nella sua assoluta semplicità ed essenzialità, il rapporto tra i due magistrati-eroi, è stata totale. Il Comitato dei lenzuoli, le associazioni convergenti in Palermo anno uno, in seguito Libera Addio pizzo, ne hanno fatto un simbolo. Ogni dibattito pubblico, ogni manifestazione, ogni trasmissione televisiva che abbiano affrontato il tema della mafia e dell’antimafia hanno spesso utilizzato quell’immagine. 

Era stata in effetti realizzata per il Giornale di Sicilia, il 27 marzo del 1992. Una foto di cronaca locale i cui diritti sono detenuti dallo stesso Gentile che si è però affidato all’intermediazione dell’agenzia di stampa Sintesi di Roma, per la quale il fotografo lavorava e che a suo tempo il giornale non pubblicò scegliendo un altro scatto. 

«Divenuta un’icona pop al pari della Marilyn di Andy Warhol, diffusa come l’adesivo di Angela Davis negli anni Settanta e Ottanta, è un’immagine che funziona in virtù della frattura che crea tra noi, gente comune, e loro, gli eroi, distanti per la forza morale messa in risalto dalla tragica morte; ma anche percepiti come vicini per l’estrema semplicità compositiva di Gentile che si concentra solo sui loro sorrisi, su uno scherzare complice, familiare a tutti. Quella foto funziona per ciò che lascia immaginare: una dimensione assolutamente quotidiana che stride con la potenza deflagrante del sacrificio cui sono andati incontro. Quella foto ci lascia immaginare il plausibile pranzo con le famiglie di entrambi che avrebbe potuto seguire a quel momento.

È naturalmente il contesto storico in cui la foto è inserita a conferirle forza. L’effetto che sortisce dipende dal fatto cui è legata. Ed è un’immagine talmente semplice da nascondere l’autorialità del reporter. Se qualcuno all’epoca avesse avuto uno smartphone e si fosse trovato lì, sicuramente avrebbe potuto realizzare un’immagine analoga.  Ma il mondo dell’informazione, tradizionalmente, inserisce la produzione fotografica nel ciclo produttivo delle notizie, risemantizzandola; e i criteri di senso e notiziabilità sono interiorizzati da chi fa questo mestiere, sia i giornalisti di penna sia i fotografi e i videoreporter, grazie all’istruzione e alla pratica. Riprendere Falcone e Borsellino insieme, nel clima che l’Italia e la Sicilia stavano vivendo, percepire come il loro sorriso stridesse con la pesantezza del momento storico è una di quelle premonizioni dettate dalla professionalità e dall’autorialità. Mentre la foto di uno smartphone, come le foto amatoriali del crollo delle Torri Gemelle, sono tanto immediate quanto pienamente ed esclusivamente casuali» [Fici: 2018]. 

Eppure quella foto, frutto della premonizione professionale e della particolare sensibilità di Tony Gentile, ha avuto una diffusione anarchica e incontrollata tra la gente, a cui l’Autore non si è mai opposto. Per gli utilizzi che ne sono stati fatti nell’ambito dell’informazione professionale, invece, sono sempre stati richiesti e riconosciuti i diritti d’autore. 

E tuttavia, di recente, è sorta una querelle giudiziaria tra Gentile e la Rai, che si è conclusa con una sentenza a favore della Rai. Quest’ultima aveva utilizzato la foto all’interno di un proprio sito web, peraltro utilizzandone una versione arbitrariamente modificata, senza pagare i diritti, sostenendo che essi fossero già scaduti. Per chiarire la questione bisogna aggiungere che per la legge italiana i diritti d’autore di una fotografia comune, di una fotografia fatta da una persona qualsiasi e per qualsiasi ragione, dalla perizia stradale al ricordo privato, hanno una durata di vent’anni a partire dal momento in cui la fotografia è stata scattata. Mentre alle fotografie riconosciute Opere d’Arte si riconoscono diritti per tutta la vita del suo autore e per settant’anni oltre la sua morte. La differenza tra una «fotografia comune» e una «foto d’Arte» è materia ardua e discrezionale. 

Secondo il Giudice che ha deliberato in questo caso «la fotografia dell’attore non è opera autoriale ovvero opera d’arte. Ciò in quanto essa non si caratterizza per una particolare creatività. Non sembra vi sia stata da parte dell’autore della fotografia una particolare scelta di posa, di luci, di inquadramento, di sfondo. Si tratta invero di una testimonianza, a mo’ di cronaca, di una situazione di fatto, ovvero il momento di sorriso e di rilassamento di due colleghi magistrati durante un congresso….

La fotografia quale opera d’arte presuppone difatti una lunga e accurata scelta da parte del fotografo del luogo, del soggetto, dei colori, dell’angolazione, dell’illuminazione e si concretizza in uno scatto unico, irripetibile nel quale l’autore sintetizza la sua visione del soggetto.

Il fotografo deve quindi avere in mente un obiettivo pittorico e creativo di valore artistico ed innovativo che tende a realizzare in una rappresentazione che non è grafico-pittorica bensì fotografica. In sostanza i presupposti per riconoscere ad una fotografia valore di opera d’arte sono i medesimi che devono essere ascritti ad un quadro. La fotografia deve essere l’espressione di un progetto artistico, di uno stile, di un momento creativo».

Non entreremo ovviamente nel merito di questa sentenza che, in quanto tale, va sicuramente rispettata. Ma ci limiteremo ad evidenziare alcune contraddizioni in linea con l’esordio di questo articolo che parlava dell’epoca che stiamo vivendo come di un’epoca ricca di ambiguità. 

Secondo la descrizione offertaci dal poeta Charles Boudelaire, l’artista contemporaneo potrebbe essere paragonato alla figura del flâneur. Si tratta di un termine intraducibile con il quale si fa riferimento ad un uomo che, vagando senza una precisa meta o un progetto, si lasci ispirare da ciò che il caso gli pone davanti. 

«Tutto ciò che la grande città ha gettato via, tutto ciò che ha perso, tutto ciò che ha disprezzato, tutto ciò che ha schiacciato sotto i suoi piedi, egli lo cataloga e lo raccoglie… Egli classifica le cose e le sceglie con accortezza; egli accumula, come un avaro che custodisce un tesoro, i rifiuti che assumeranno la forma di oggetti utili o gratificanti tra le fauci della dea dell’industria culturale». 

Come scrive Barbara Fässler, «l’immagine del flâneur…. è per noi significativa. Egli, dopo aver raccolto questi oggetti, infatti, li classifica e offre loro una nuova esistenza, dandogli un altro punto di vista, un nuovo pensiero, così da valorizzarli in modo inedito, mutando il loro uso e quindi il loro significato». 

Si tratta dell’operazione che sta alla base del ready-made, il quale, a sua volta, da Duchamp in avanti, sta alla base dell’arte contemporanea che spesso ha inserito oggetti preesistenti all’interno di opere ed istallazioni. Ne hanno in particolare fornito esempi il Surrealismo e la Pop Art. La medesima operazione sta alla base della fotografia e di quella di reportage in particolare. Quest’ultima spesso preleva dalla realtà e ci ripropone sotto una particolare luce e con un particolare significato aspetti che il comune sentire ha ignorato: gli «scarti», i soggetti marginali, i poveri, i malati, i piccoli attori del quotidiano che la vita ha lasciato indietro. Al di là di differenze stilistiche talvolta molto forti, cosa rende la fotografia di Salgado più o meno artistica di una foto che nasce dalla cronaca? La differenza è estetica ma anche Salgado si reca intenzionalmente a svolgere dei «servizi» e preleva all’istante ciò che gli appare significativo staccandolo dal fluire della vita, inserendolo all’interno di una cornice che lo risignifica e gli fa assumere una valenza simbolica che va al di là di ciò che quella realtà è. Come d’altra parte fanno tutti i fotografi di cronaca e di reportage. 

Nel caso di Tony Gentile che qui abbiamo scelto come sintomo di un ambiguo processo socio-culturale, Gentile sarebbe pienamente «Vate» perché è stato capace di intuire ciò che a breve sarebbe diventato scarto, ovvero giustizia, rigore, dedizione, regalandoci un’idea della loro immarcescenza attraverso quel sorriso che uno smartphone avrebbe isolato con difficoltà, solo se ad usarlo ci fosse stato qualcuno con una sensibilità fotografica e umana davvero spiccata. L’autorialità contemporanea è forse quando si parte dal caso per trasformarlo in scelta in itinere. Per alcuni ambiti artistici come nel racconto o nel romanzo che possono partire dall’osservazione casuale del reale, per esempio da articoli di cronaca come facevano Simenon e Camilleri, l’iter è più lungo. Per altri come la fotografia istantaneo. Ma la differenza è nello specifico delle due forme artistiche. 

Certo non tutti i prelievi fotografici di realtà possono essere considerati Arte. Come non lo è ogni racconto basato sull’attualità. Ma l’uso del cavalletto come accetta, come discrimine, non sul piano giuridico in cui non ci permetteremmo mai di entrare, ma sul piano delle teorie sull’Arte e degli studi storico-critici sulla Fotografia, risulta un po’ forzato. Così come forzata appare l’affermazione che la fotografia debba porsi, per essere legittimata come Arte, obiettivi pittorici, visto che di fotografia e non di pittura si tratta. 

In realtà riteniamo che non siano stati i già trascorsi vent’anni a impedire il riconoscimento dei diritti d’autore a questa fotografia ma la sua diffusione virale pre-social. Persino in questo Tony Gentile è stato un precursore. Suo malgrado ma poi volutamente quando non si è mai opposto alla appropriazione popolare dal basso di quella foto. Ma che dire di tutte le canzoni che la gente canticchia anche dopo trenta o settant’anni? Sapore di mare non è forse più di Gino Paoli perché è diventata di dominio pubblico?

Mentre la sentenza a favore della Rai è stata emessa, in controtendenza, si sta andando verso una nuova Direttiva Europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale che restituisce la dignità di «autori» titolari di diritti a tutti gli utenti delle piattaforme digitali e social. Dunque siamo in un mondo che è pronto a garantire il diritto d’autore alla vanità occasionale e non alla professionalità.

IMMAGINI SGUARDI DISPOSITIVI

Incontro con Ferdinando Scianna

VIAGGIO MEMORIA RACCONTO

Su “Il delitto di Kolymbetra” di Gaetano Savatteri

“I siciliani – afferma Ferdinando Scianna in una video intervista edita da Contrasto – tutto possono essere meno che leggeri”. O semplici, aggiungerei io.

Così Gaetano Savatteri tenta di convincerci di essere diventato milanese, di essere in grado di sfottere la sicilianità, di averne preso le distanze, giocando ad essere leggero. Ma la sua leggerezza è un gioco di specchi intriso di classicità e finto snobismo: mentre prova a snobbare la dimensione del tragico in realtà mostra un grande rispetto per il fato; un fato che su di lui si manifesta conferendogli una incontrastabile identità, SICILIANA!

Il suo ultimo libro presenta un’ironia un po’ labirintica e un po’ a scatole cinesi che nasconde forse la grande timidezza del personaggio. O dell’autore? Come tutti i timidi tende talvolta ad un colorito paonazzo.

La vicenda gialla è ben costruita ma appare soprattutto come una occasione per tessere sui personaggi una tela di adorabili difetti.  L’irrinunciabile parmigiana di melanzane che chiude il racconto è metafora di una irrinunciabile, godibilissima pesantezza che appartiene al nostro carattere atavicamente. E’ la pesantezza della filosofia. Non la filosofia degli studiosi di oggi ma la saggezza orale dei presocratici che si trasferisce nell’intelligentissima ignoranza di Don Ciccio Tumeo (nel Gattopardo), facendogli percepire in senso tragico l’eterno ritorno delle angherie; che diventa tagliente ironia nel giornalista Lamanna, protagonista del romanzo (il secondo con questo personaggio).

Credo che i siciliani, leggendo il romanzo, lo apprezzeranno come un ritorno nel liquido amniotico, che per noi ha il colore turchese del mare africano. E gli “stranieri” resteranno ammaliati dal gioco pirotecnico di una intelligenza dissimulata con il “babbio”.