Su “Il delitto di Kolymbetra” di Gaetano Savatteri

“I siciliani – afferma Ferdinando Scianna in una video intervista edita da Contrasto – tutto possono essere meno che leggeri”. O semplici, aggiungerei io.

Così Gaetano Savatteri tenta di convincerci di essere diventato milanese, di essere in grado di sfottere la sicilianità, di averne preso le distanze, giocando ad essere leggero. Ma la sua leggerezza è un gioco di specchi intriso di classicità e finto snobismo: mentre prova a snobbare la dimensione del tragico in realtà mostra un grande rispetto per il fato; un fato che su di lui si manifesta conferendogli una incontrastabile identità, SICILIANA!

Il suo ultimo libro presenta un’ironia un po’ labirintica e un po’ a scatole cinesi che nasconde forse la grande timidezza del personaggio. O dell’autore? Come tutti i timidi tende talvolta ad un colorito paonazzo.

La vicenda gialla è ben costruita ma appare soprattutto come una occasione per tessere sui personaggi una tela di adorabili difetti.  L’irrinunciabile parmigiana di melanzane che chiude il racconto è metafora di una irrinunciabile, godibilissima pesantezza che appartiene al nostro carattere atavicamente. E’ la pesantezza della filosofia. Non la filosofia degli studiosi di oggi ma la saggezza orale dei presocratici che si trasferisce nell’intelligentissima ignoranza di Don Ciccio Tumeo (nel Gattopardo), facendogli percepire in senso tragico l’eterno ritorno delle angherie; che diventa tagliente ironia nel giornalista Lamanna, protagonista del romanzo (il secondo con questo personaggio).

Credo che i siciliani, leggendo il romanzo, lo apprezzeranno come un ritorno nel liquido amniotico, che per noi ha il colore turchese del mare africano. E gli “stranieri” resteranno ammaliati dal gioco pirotecnico di una intelligenza dissimulata con il “babbio”.