Riflessioni quasi autunnali sulla fotografia

Da molto tempo non pubblico nuove riflessioni. L’arrivo dell’estate mi ha messa in uno stato di grande pigrizia. E un fatto in particolare mi ha tolto energia. Alludo alla mia partecipazione al Ragusa Foto Festival a fine luglio.

Ho voluto prendere parte alla lettura portfolio portando due miei lavori perché non mi capitava da anni di avere a disposizione qui in Sicilia dei “lettori” di conclamata competenza ed esperienza al di fuori del solito circuito della Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche) locale. Ma, al di la del risultato personale, ossia la non ammissione dei miei lavori, ho potuto constatare come l’overload di immagini e di fotografie in particolare, nel quale siamo immersi, abbia sortito i suoi effetti anche sulla cosiddetta “critica”. Infatti, la reazione di chi si occupa di fotografia professionalmente e a livelli alti (fotografi di livello internazionale, galleristi, direttori di musei…) all’assedio visivo a cui sono evidentemente sottoposti, è quello di spingere la fotografia verso una direzione sempre più intellettuale. Non che si disdegnino le emozioni ma la progettualità culturale, la serialità e la coerenza nel metodo con cui si realizzano le immagini  sono sicuramente messi al primo posto. Mi è stato proprio detto: “Poiché oggi fotografano tutti, e non è più particolarmente difficile ottenere buoni risultati dal punto di vista tecnico, quello che cerchiamo è la coerenza nel metodo, il significato culturale…” In particolare, mostrando le mie foto sull’autobus (ne ho portato un piccolo estratto), mi è stato detto: “Troppo aneddotiche. Perché non sceglie una posizione, un’ottica, un’inquadratura sempre uguali e poi scatta con il timer? Non sarebbe per questo meno autorizzale!” Ci sono rimasta malissimo!Malissimo per quanto mi appassiona la gente vista da vicino, ciascuno con le proprie caratteristiche personali e sociali. Intendiamoci, giusto che per tirar fuori qualità occorra tempo, impegno, costanza, coerenza, umiltà… E che poiché tutto è già stato fatto, ciò che da valore a un lavoro è il rilievo culturale della scelta di base. Ossia: di che cosa mi occupo e perché. Ma i progetti e progettini che oggi vanno per la maggiore, alcuni visti anche la a Ragusa, sono delle realizzazioni fredde di cui non posso portare esempi per non denigrare nessuno in particolare. E d’altra parte, pensavo ad alcuni dei Grandi, anche non troppo lontani nel tempo, come Doisneau e la Arbus, diversissimi tra di loro fra l’altro. Non sono diventati famosi per dei progetti intellettuali, per dei “saggi visivi”, ma perché hanno perseguito un certo tipo di sensibilità, la loro, per tutta la vita. La parola “poetica” è diventata desueta? Vedo sempre più spesso fotografie che mi lasciano fredda e interdetta e che, senza un testo di accompagnamento, non sono assolutamente leggibili. Ma la fotografia non aveva appassionato per l’immediatezza e l’universalità del linguaggio, al di la delle differenze linguistiche e di livello culturale di chi la guarda?

Alle persone di Ragusa ho risposto che io l’osservazione scientifica e distante la faccio già, per professione (sono sociologa). E che la fotografia completa me come persona ed anche le mie competenze professionali aggiungendo emozione e sangue alla mia comprensione della gente. Dalla sociologia visuale provengo e non ci ritorno, se non per lavoro.

Ma c’è dell’altro. Mi è capitato, quasi subito dopo il Ragusa Foto Festival, di scambiare delle opinioni via email con un reportagista che stimo moltissimo, le cui fotografie mi emozionano profondamente. Gli ho scritto e raccontato la mia esperienza con l’aspettativa – sono sincera – di trovare conforto in uno che, di certo, non vive di progettini intellettuali. Ma la sua reazione mi ha stupito. Mi ha scritto che sostanzialmente è d’accordo con me ma si chiede perché io mi accalori tanto. “Fai le tue fotografie e lascia che gli altri facciano le loro..” Perché mi accaloro???? Ma come????? Io sto per fare cinquant’anni e di certo la reporter non la farò più a questa età, e di certo non cerco di diventare famosa, né sono a caccia di facili e meno facili consensi. Ma voglio capire come vanno le cose e perché, voglio argomentare, voglio valutare insieme agli altri. Se tutte le realizzazioni e tutti gli approcci hanno lo stesso valore, ognuno nel proprio genere e linguaggio, allora niente ha valore, niente potrà mai emergere procurandoci un tuffo al cuore. Perché l’arte non è soltanto idea, e non è neanche soltanto tecnica. E non è neanche idea e tecnica. Quello si chiama forse artigianato… design, comunicazione. E’ sostanzialmente EMOZIONE! E’ capacità di cogliere l’essenza della realtà mettendoci anche la propria di essenza. Se la Arbus ha collezionato i “mostri” e i derelitti delle notti newyorkesi è perché aveva la devastazione dentro e si sentiva più in famiglia in questi ambienti che nei propri.

E quindi?