Oniricamente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Nel ventre di Palermo” – una mostra di Francesco Faraci

Ecco a voi LA FOTOGRAFIA! Quella che pone l’accento sulla relazione. Quella coinvolta e coinvolgente. Quella che fornisce un’interpretazione e non si limita ad una rappresentazione bellina della realtà che ci circonda. Quella che non lascia fuori dall’inquadratura l’immondizia, le macchine, il caos quotidiano ma li ingloba come parte del racconto. Continua la lettura di “Nel ventre di Palermo” – una mostra di Francesco Faraci

“La guerra” di Tony Gentile, raccontata dal suo curatore, Giuseppe Prode

UNA GUERRA
PREVENDITA EDIZIONE SPECIALE
150 cp. numerate + stampa orig

Tony Gentile – Davide Enia
con un racconto di Davide Enia

A cura di Giuseppe Prode

Fotografia e Memoria, queste le colonne portanti del libro. Reportage di Tony Gentile, che racconta il quotidiano di una città, Palermo e di un’isola piena di contraddizioni: vita di strada, politica, omicidi, fi no alla testimonianza diretta e inconsapevole di una guerra non dichiarata. Ma anche di una vita che scorre e colta nei momenti più diversi, intimi e divertenti. In parallelo alle fotografie di Tony Gentile, un racconto di Davide Enia accompagna – passo dopo passo – lo scorrere di una città e dei suoi abitanti che dal 1989 al 1996 hanno vissuto una realtà di sconvolgimenti politici, di violenza e di stragi mafi ose, ma anche di reazione e rabbia della società civile e dello Stato contro la straripante violenza. I fotogrammi, messi insieme uno dopo l’altro a distanza di 25 anni, ricostruiscono un piccolo frammento di storia del nostro Paese.
Fotografia e Memoria in questo libro permetteranno alle nuove generazioni di conoscere attraverso questo racconto, fatti e personaggi dei quali forse non si ha più ricordo e la cui conoscenza dovrebbe essere corredo fondamentale per un giovane e la sua crescita.

FINO AL 25 GENNAIO 2015 È POSSIBILE ACQUISTARE IN PREVENDITA A TIRATURA LIMITATA L’EDIZIONE SPECIALE DEL VOLUME DAL TITOLO PROVVISORIO “UNA GUERRA” AL PREZZO DI EURO 50,00.
Tiratura 150 copie numerate e autografate, con inclusa una foto originale firmata e stampata dall’autore su carta baritata 16×24, a scelta fra tre splendide immagini. (vedi qui in alto).

L’uscita del libro è prevista per fine gennaio 2015.
Da primavera nelle migliori librerie.

Per informazioni e prenotazioni:

http://www.postcart.com/libri-dettaglio.php?id=133&c

L’Arlecchino di Paolo Rossi

 

A Palermo lo scorso 4 dicembre 2014 Paolo Rossi ha incontrato alcune classi del Marco Polo (istituto tecnico statale per il Turismo), del Regina Margherita (istituto Magistrale) e dell’Umberto Primo (liceo Classico). Le ha incontrate al teatro Biondo dove tra il 28 novembre e il 7 dicembre ha presentato uno spettacolo incentrato sulla figura di Arlecchino, insieme a tre bravissimi musicisti, i “Virtuosi del Carso” (Alex Orciari, Stefano Bembi e Emanuele Dell’Aquila).

Il suo Arlecchino – ha spiegato ai ragazzi – è un ritorno allo Zanni pre-goldoniano: una figura tipica della commedia dell’Arte cinquecentesca del tutto libera da schemi, creativa e trasgressiva al massimo grado. E, avendo anche assistito allo spettacolo, mi sembra gli calzi a pennello.

Il dialogo con i ragazzi e con il corpo insegnante è stato informale, sciolto, quasi familiare. Si è raccontato anche come padre ed ha affrontato tutte le incertezze che caratterizzano il mondo giovanile, da osservatore, umorista e genitore.

Mettendo in contatto attraverso i sogni il mondo dei vivi e quello dei morti, l’Arlecchino di Paolo Rossi coniuga magicamente il presente e il passato. Ed è un personaggio dai mille colori, specchio ideale della nostra caotica e mal risolta multiculturalità.

Il suo piccolo ma vivacissimo corpo da mimo tiene insieme i tanti discorsi che lo spettacolo porta avanti; e sono molti i riferimenti alla nostra vita sociale e politica. Tuttavia il livello è decisamente diverso da quello della pura e semplice satira politica. Malgrado un largo ricorso all’improvvisazione e al dialogo con il pubblico, non è uno spettacolo di sketch, come spesso accade ai comici. Al contrario, è uno spettacolo molto ben cucito ed è decisamente  di ampio respiro, perché si congiunge con la tradizione del lontano Cinquecento ma anche a quella più recente dei suoi diretti Maestri: Dario Fo’, Enzo Iannacci, Giorgio Gaber e Giorgio Streller soprattutto. D’altra parte, è lui stesso a dichiarare che la satira politica oggi non ha più molto senso: “Non si può fare la parodia di una parodia”. “Anche il teatro politico – dichiara sollecitato da qualche domanda – oggi non avrebbe senso, e forse non è ha mai avuto nel senso che il pubblico che frequentava un certo tipo di teatro era già un pubblico di sinistra, un pubblico già sensibilizzato ai temi per esempio di Brecht”.

Le scuole presenti stanno vivendo o hanno recentemente vissuto dei periodi di autogestione, con la solidarietà dei loro insegnanti. Ma – mi racconta la professoressa Maria Antonietta Ferreri (che nelle foto fa l’appello nel foyer del teatro) – in un certo senso sentono appieno la pesantezza della propria impotenza, la triste sensazione che non ci sia nulla che loro possono veramente cambiare”.

Ma Paolo Rossi replica: “Possibilità di imprimere un cambiamento? Bisogna non prendersi troppo sul serio ma fare seriamente!”

Il giullare irriverente d’un tempo ha lasciato il posto ad un saltellante filosofo, che scherza sulla morte e con la morte per trovare e regalare un nuovo slancio verso la vita.

Anna Fici

Consigli di lettura

La questione dell’identità della fotografia può essere affrontata da molteplici punti di vista. Dal punto di vista del suo rapporto con l’arte e con le arti visive in particolare, dal punto di vista semiotico… dal punto di vista sociologico. E’ chiaro che, in virtù delle mie competenze, io sono più interessata a quest’ultimo. Ma è altrettanto chiaro che, per essere aiutati a riflettere occorre leggere di tutto.

Tra i non sociologi chiari e interessanti alla lettura c’è Claudio Marra che da storico della fotografia , nel volume Fotografia e arti visive edito da Carocci nel settembre del 2014, ci propone un punto di vista interessante sulla questione del fotografico. 

Va preliminarmente detto che Marra attribuisce date di nascita differenti alla fotografia intesa come hardware (tecnologia) e al fotografico inteso come software (concezione astratta del fare fotografia). Rifacendosi a Schwarz (1949) e a Galassi (1989), ci presenta un concetto del fotografico decisamente precedente alla nascita della tecnologia fotografica, nel senso che già a partire dal ‘500 l’uso della visione prospettica attraverso la camera obscura rendeva la rappresentazione pittorica in molti casi simile a quella che sarebbe poi stata la rappresentazione fotografica. D’altra parte, la fotografia è caratterizzata da una sua specificità, quella di prevedere la compresenza tra fotografo e referente reale fotografato. Questo mette talvolta l’accento più sulla funzione presentativa del soggetto reale dell’immagine che su quella rappresentativa (interpretazione). Ma la funzione presentativa è quella più in linea con l’operazione messa in campo dall’arte contemporanea, dal ready made, per esempio.

La fotografia sarebbe dunque nata vecchia perché basata su un metodo già pittorico ma sarebbe al tempo stesso un’arte contemporanea perché estrapola il reale esattamente come un ready made.

Nella rappresentazione prevalgono gli aspetti formali, la luce, il punto di vista, nella presentazione prevale il soggetto contenuto nell’immagine. La rappresentazione ha l’interpretazione autoriale al proprio interno, la presentazione rinuncia apparentemente all’interpretazione. Ciò ha fatto dire a molti che la fotografia non è arte ma mera registrazione.

In realtà la fotografia presentativa sposta l’interpretazione fuori, oltre i bordi dell’inquadratura perché l’interpretazione comincia dalla scelta dei segmenti di realtà da fotografare, nella scelta di decontestualizzarli per ricontestualizzarli altrove.

E la sociologia? Che sguardo può avere su tutto questo?

Sia le immagini a prevalenza rappresentativa, sia quelle a prevalenza presentativa possono essere ascritte al concetto generale di prodotto culturale. In quanto tali possono suscitare l’interesse della sociologia dell’arte, della sociologia della cultura….della sociologia generale, in quanto contenitrici di indicatori sociali e di rapporti tra indicatori sociali.  Ma lo specifico fotografico, ossia la compresenza tra fotografo e realtà fotografata fanno della fotografia intesa come attività, dunque del fare fotografia, un vero e proprio processo di socializzazione, un vero processo culturale.

C’è il fare fotografia, c’è ciò che si fa con le fotografie. Entrambe le cose sono profondamente cambiate nell’arco degli ultimi vent’anni.

Come già scriveva Bourdieu nel 1965, “se la fotografia ha una così larga diffusione non può dipendere soltanto dal fatto che oggi sia una tecnologia alla mano ed abbastanza economica. Essa deve aver dato risposta a qualche necessità sociale rimasta silente fino a che non ha trovato il modo di venir fuori” (citazione non letterale). E se questa affermazione aveva un senso negli anno ’60 del Novecento, immaginate oggi.

Dalla domanda sul senso profondo della fotografia nell’era digitale parte il mio lavoro di sociologa.

Per quanto oramai da molti anni io sia titolare della cattedra universitaria di Teoria e Tecniche dei Nuovi Media a Palermo, non sono mai caduta nell’illusione che i cambiamenti tecnologici spieghino i cambiamenti del comportamento sociale. Il sistema tecnologico esattamente come il sistema economico non possono spiegare i fenomeni sociali, come già Durkheim aveva chiaramente intuito sul finire del XIX sec. Solo la traduzione delle condizioni tecnologiche ed economiche in condizioni di interazione potrebbe forse servire. Ma a monte c’è ancora qualcos’altro. Ci sono i bisogni che spiegano l’adozione e la diffusione del cambiamento.

L’indefinito ampliamento del fotografabile, ossia di ciò che viene considerato degno di essere fotografato, deve essere la risposta a un bisogno latente. L’indefinita espansione del condivisibile altrettanto. E forse il senso dei termini che si continuano ad usare, come appunto condivisione, va problematizzato, come è già avvenuto da parte della letteratura sociologica con espressioni come legami, distinti poi in legami forti e legami deboli, o come comunità, distinto poi in comunità tradizionali o a base territoriale e comunità virtuali o meglio on line.

 Anna Fici