Per via di una brutta bronchite

Per via di una brutta bronchite, ho dovuto fare delle aerosol. Con la mascherina che prende naso e bocca mi ero trovata male. Così ho adoperato un orrendo boccaglio che ti spara il farmaco vaporoso direttamente in gola. Trascorrere 20-30 minuti con questa cosa in bocca, è davvero brutto, stimola conati di vomito. Ho ritentato con la mascherina. E guardandomi allo specchio mentre la reggevo sulla faccia ho capito. Ho capito perché l’avevo rifiutata. L’ultima volta in cui ho visto mia madre viva era imprigionata in quella maschera. Respirava forzatamente. Il petto le si gonfiava e sgonfiava e, oltre la maschera, gli occhi mi guardavano smarriti. Avrebbe voluto parlare e non riusciva. Mi sono vista come lei, sovrapposta a lei. Somigliante oggi in maniera straordinaria. Con lo stesso taglio d’occhi oltre la mascherina. Ed ho capito perché fin dall’inizio l’avevo rifiutata. E…. non ci sono foto per questo pensiero!

Maria, una leonessa dagli occhi stanchi

E’ Maria. Un volto noto a chi frequenta la zona della Cala e della Fonderia Orotea a Palermo. Insieme alla sua numerosa famiglia, gestisce traffico e parcheggi, contrastando spesso con i vigili, quelli veri. Conosce e saluta tutti con grande educazione. Noi ci saluta con calore. E’ una leonessa! Stanca! Che però – malgrado gli acciacchi dell’età acuiti dal trascorrere molte ore in strada, con il caldo e con il freddo – mi trasmette sempre una grande forza. Lei è fortemente Palermo. E’ il genio femmina. Il simbolo di un mondo che resiste all’espansione dei non luoghi, dell’omologazione. Parla di sé lasciandoci intravvedere un carattere roccioso. Come una roccia sa di essere stata scagliata in questa vita, in questa piazza. E che quello è il suo posto. Della sua non scelta ha fatto una scelta eroica.

Amo questi volti, che con ogni piega raccontano. E amo che la fotografia restituisca dignità a chi rischia di passare inosservato. Amo raccontare quello che succede mentre non succede niente. Mi appassiona il disordine vivo, le voci vociate in strada.

Sono nata fuori tempo massimo. La fotografia di oggi si pone altre sfide. Non vuole più essere traccia. Non posso ripercorrere il neorealismo; né fondare il neo-neorealismo. Eppure è la sola cosa che mi interessa.

“Abbiamo visto già tutto. Non c’è più niente da scoprire. …” Non è vero! Non ci credo!

La vita di Maria non la conosciamo. Ce l’ha tutta in faccia.

Ha il silenzio bello, sfacciato. Altre donne potrebbero avere un bel sorriso. Lei ha un bel silenzio. Te lo punta contro imbronciata, come una bambina.

Sono sei anni che parcheggio grazie a Maria e grazie al suo saluto ravvivo il mio senso di appartenenza al mondo. Al fluire della gente, con cui tanto ho in comune, anche nei momenti in cui mi sento più sola.

Allergica a questo?????

Mentre me ne sto a casa con una febbre allergica, asma e malesseri vari, penso… Ma tutto questo, la natura, può davvero farmi male? Può davvero essere la causa del mio nuovo male? Difficile da accettare. Comunque, sono qui… e allora gioco con le immagini della scorsa primavera, sperando di ritrovare il benessere necessario a tornare in giro, a scattare

Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina

Come ho detto ai miei studenti proprio durante l’ultima lezione di Sociologia, volendo spiegare loro la dinamica cognitiva del pensiero ideologico, l’ideologia, a differenza di un credo o di un qualsiasi sistema di valori, pretende di poter dimostrare la propria legittimità e fondatezza, attraverso ragionamenti parascientifici.

Con una metafora spaziale, se io sono nata e cresciuta al vertice di un parallelogramma di quattro lati, e non me ne sono mai allontanata, descriverò l’ambiente in cui vivo come un rombo perché da quella posizione vedrò un rombo. E pretenderò di poter dimostrare agli altri che si tratta proprio di un rombo. Se io invece nasco e cresco lungo uno dei lati del parallelelogramma che supponiamo essere un rettangolo, sosterrò che il mio ambiente di vita è rettangolare, con eguale convinzione.

Quindi il figlio di Riina, che non ha nemmeno frequentato la scuola con gli altri bambini, è forse stato indotto a guardare e giustificare il mondo, il suo mondo, a partire da quella posizione, ben radicato in quella posizione. Peccato però che siamo in un’epoca in cui i media vecchi e nuovi suppliscono ai viaggi, alle esperienze “altre”. Continua la lettura di Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina

Non amo parlare di me

Anna al CastelloFoto di Lorenzo D’Acquisto

Non amo parlare di me. Ma che cavolo! Posso farmi un augurio? Lo faccio a partire da questa foto perché in questa foto c’è tutto.

L’arancione, il mio colore preferito. Il colore che percepisco puntando al sole gli occhi chiusi e da cui riconosco di essere a Palermo. Solo a Palermo la luce ha questa particolare gradazione di arancio.

Sono al Castello di Cammarata (Ag), il paese dove è nata mia madre. Qui il sapere di essere sua figlia ,per un attimo, si è trasformato in sentimento di continuità e appartenenza.

Guardo avanti luminosamente. So che in fondo c’è il mare. Non lo vedo ma lo sento. Sento la felicità di essere una isolana che da qualunque parte può correre verso l’acqua!

Uso questa foto per augurarmi buon viaggio.

Intraprendo un piccolo viaggio verso altre isole. Ho viaggiato pochissimo nella mia vita. E’ tempo di rimediare!

Temporeggiando…

Il tempo ci vive e ci mangia. È l’esperienza di un morso senza tregua. Un tunnel sempre più lungo di assenze che viene scavato sotto gli occhi vigili e impotenti della coscienza. Un giorno ci manca un padre. Un giorno ci manca un amico. Un giorno ci manca la mancanza, per nausea di vita. Ma possiamo fare in modo che che la morte ci muoia accanto scegliendo di essere il morso, il crampo vivo della nostra esistenza. Accettare e amare le nostre lotte, le nostre urla, i nodi, i legami che fanno male, il male che ci rende umani. Una libertà senza nodi che stringono la gola è un deserto bianco, una serenità astratta e senza radici, un sorriso che schiude il vuoto. Ho vissuto così a lungo con le mie idee da credere di essere io stessa un’idea. Senza tempo. E poi un giorno mi sono convinta di essere carne e sangue. È stata solo l’età a svelarmi che anche quest’ultima era stata solo un’idea che mi ero messa in testa. Perché carne e sangue non pensano, non si pensano. Pulsano, sudano, sputano, si contraggono, godono, tremano, scattano, saltano e corrono. E quando carne e sangue sono, il tempo non è. Quando l’età me lo ha fatto sentire ho trovato che era un sentire antico. Era il vecchio sentire della sbarra, di quando danzavo: l’unica salvezza, l’unica fuga vera, non pensata ma fuggita realmente a cavallo dell’immanenza. La morte e il tempo sono un problema solo per chi non gode e non piange abbastanza.

Perché queste considerazioni? Perché ho da poco compiuto cinquant’anni. Sono arrivati come una scheggia di vetro fredda e tagliente sulla carne. Ma è inutile tentare ridendo e festeggiando con le candeline di rimuovere la ferita di sapere. Gli amici, le candeline e le risate ci sono stati e li ho graditi. Ma stranamente bisogna sapere che la vita scorre lungo via della morte. E poi saltarci dentro lo stesso, a suon di amici, musica, amori e candeline. E poi, guardare il mare…

L’ostinazione della volontà

Roberto Bolle a Sanremo

Bolle

Io me lo ricordo cos’era non sentire impedimenti tra il flusso del pensiero, il battito del cuore e il corpo.

Io me lo ricordo quando le gambe, le braccia, i piedi erano me, senza soluzione di continuità.

Io me lo ricordo cos’era l’aria in faccia mentre correvo come un vettore nel buio

Io me lo ricordo quando l’equilibrio era naturale come il respiro

E se dovessi dire cos’è invecchiare, direi che è doverlo ricordare