Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina

Come ho detto ai miei studenti proprio durante l’ultima lezione di Sociologia, volendo spiegare loro la dinamica cognitiva del pensiero ideologico, l’ideologia, a differenza di un credo o di un qualsiasi sistema di valori, pretende di poter dimostrare la propria legittimità e fondatezza, attraverso ragionamenti parascientifici.

Con una metafora spaziale, se io sono nata e cresciuta al vertice di un parallelogramma di quattro lati, e non me ne sono mai allontanata, descriverò l’ambiente in cui vivo come un rombo perché da quella posizione vedrò un rombo. E pretenderò di poter dimostrare agli altri che si tratta proprio di un rombo. Se io invece nasco e cresco lungo uno dei lati del parallelelogramma che supponiamo essere un rettangolo, sosterrò che il mio ambiente di vita è rettangolare, con eguale convinzione.

Quindi il figlio di Riina, che non ha nemmeno frequentato la scuola con gli altri bambini, è forse stato indotto a guardare e giustificare il mondo, il suo mondo, a partire da quella posizione, ben radicato in quella posizione. Peccato però che siamo in un’epoca in cui i media vecchi e nuovi suppliscono ai viaggi, alle esperienze “altre”. Continua la lettura di Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina

Non amo parlare di me

Anna al CastelloFoto di Lorenzo D’Acquisto

Non amo parlare di me. Ma che cavolo! Posso farmi un augurio? Lo faccio a partire da questa foto perché in questa foto c’è tutto.

L’arancione, il mio colore preferito. Il colore che percepisco puntando al sole gli occhi chiusi e da cui riconosco di essere a Palermo. Solo a Palermo la luce ha questa particolare gradazione di arancio.

Sono al Castello di Cammarata (Ag), il paese dove è nata mia madre. Qui il sapere di essere sua figlia ,per un attimo, si è trasformato in sentimento di continuità e appartenenza.

Guardo avanti luminosamente. So che in fondo c’è il mare. Non lo vedo ma lo sento. Sento la felicità di essere una isolana che da qualunque parte può correre verso l’acqua!

Uso questa foto per augurarmi buon viaggio.

Intraprendo un piccolo viaggio verso altre isole. Ho viaggiato pochissimo nella mia vita. E’ tempo di rimediare!

Temporeggiando…

Il tempo ci vive e ci mangia. È l’esperienza di un morso senza tregua. Un tunnel sempre più lungo di assenze che viene scavato sotto gli occhi vigili e impotenti della coscienza. Un giorno ci manca un padre. Un giorno ci manca un amico. Un giorno ci manca la mancanza, per nausea di vita. Ma possiamo fare in modo che che la morte ci muoia accanto scegliendo di essere il morso, il crampo vivo della nostra esistenza. Accettare e amare le nostre lotte, le nostre urla, i nodi, i legami che fanno male, il male che ci rende umani. Una libertà senza nodi che stringono la gola è un deserto bianco, una serenità astratta e senza radici, un sorriso che schiude il vuoto. Ho vissuto così a lungo con le mie idee da credere di essere io stessa un’idea. Senza tempo. E poi un giorno mi sono convinta di essere carne e sangue. È stata solo l’età a svelarmi che anche quest’ultima era stata solo un’idea che mi ero messa in testa. Perché carne e sangue non pensano, non si pensano. Pulsano, sudano, sputano, si contraggono, godono, tremano, scattano, saltano e corrono. E quando carne e sangue sono, il tempo non è. Quando l’età me lo ha fatto sentire ho trovato che era un sentire antico. Era il vecchio sentire della sbarra, di quando danzavo: l’unica salvezza, l’unica fuga vera, non pensata ma fuggita realmente a cavallo dell’immanenza. La morte e il tempo sono un problema solo per chi non gode e non piange abbastanza.

Perché queste considerazioni? Perché ho da poco compiuto cinquant’anni. Sono arrivati come una scheggia di vetro fredda e tagliente sulla carne. Ma è inutile tentare ridendo e festeggiando con le candeline di rimuovere la ferita di sapere. Gli amici, le candeline e le risate ci sono stati e li ho graditi. Ma stranamente bisogna sapere che la vita scorre lungo via della morte. E poi saltarci dentro lo stesso, a suon di amici, musica, amori e candeline. E poi, guardare il mare…

L’ostinazione della volontà

Roberto Bolle a Sanremo

Bolle

Io me lo ricordo cos’era non sentire impedimenti tra il flusso del pensiero, il battito del cuore e il corpo.

Io me lo ricordo quando le gambe, le braccia, i piedi erano me, senza soluzione di continuità.

Io me lo ricordo cos’era l’aria in faccia mentre correvo come un vettore nel buio

Io me lo ricordo quando l’equilibrio era naturale come il respiro

E se dovessi dire cos’è invecchiare, direi che è doverlo ricordare

Il giorno della memoria

Foto simili a queste sono già apparse su Facebook. Erano dell’amico Salvo Quagliana, con il quale avevamo in mente di realizzare una mostra dedicata al “Giorno della memoria”. Poiché il progetto è saltato, le mostro. Così volendo, a mio modo, manifestare sdegno per ogni violenza, ogni sacrificio della vita e della dignità umana.

Ringrazio ovviamente modelli e modelle che, in questo caso, sono stati più che altro degli interpreti.

Questionario sul gradimento delle immagini fotografiche

Un attimo di ATTENZIONE! Vi prego di spendere appena un minuto nella compilazione di un questionario che ha come finalità quello di studiare con un approccio sociologico il gradimento delle immagini fotografiche sui social network. Ci vorrà appena un minuto del vostro tempo.

Se siente disponibili cliccate:

Questionario

Ringrazio pubblicamente il mio caro studente, Marco Siino, che da laureato in ingegneria informatica mi sta supportando nella realizzazione della ricerca.

La Palermo degli ultimi

 

Di Francesco Faraci mi è già capitato di scrivere, forse non in questa sede… Adesso non ricordo. Ma per chi non mi avesse letto allora, ecco alcune considerazioni che mi è capitato di fare su di lui e sulla sua fotografia. Lo conosco circa cinque anni fa. Io e Giancarlo Marcocchi tenevamo delle serate di informali letture portfolio presso un pub. Francesco le frequentava insieme ad altri ragazzi ma il suo rapporto con la fotografia era… trattenuto. Forse la sua vita era un po’ ferma in generale. Non voglio cadere in facili psicologismi ma era chiaro dalla sua espressione più frequente che non credeva di poter cambiare nulla del proprio destino e si intratteneva in chiacchiere con una birra in mano come un predestinato. Predestinato, secondo lui, a nulla di che…  Eppure era così giovane…

Giacomo D’Aguanno lo conoscevo da più tempo, di fama. Per me era un fotografo di ottima reputazione, noto nella realtà palermitana come stampatore che stampava spesso per conto terzi, anche per “terzi” di qualità e con ottimi risultati. Lui di persona lo conosco da forse quattro anni ed è stata una bella conferma.

Dopo una stagione autunno-inverno (2010-2011) di letture portfolio al pub, perdo di vista Francesco. Il pub finirà con il chiudere,  disperdendo i suoi abituè.

Nel frattempo, approfondisco la conoscenza con Giacomo e lo coinvolgo in qualche iniziativa da me organizzata, sempre di carattere fotografico. Recentemente lui coinvolge me per una mostra presso la fondazione Buttitta e decolla un bel rapporto.

Dopo forse un paio d’anni incontro per strada Francesco. Visibilmente tutto è cambiato in lui. Ha lo sguardo di chi vuole prendere il proprio destino in mano ma generosamente lo vuole donare, lo vuole condividere, lo vuole dedicare.

In quel periodo, quindi circa tre anni fa, nasce questa mostra, “La Palermo degli ultimi”, quando i due fotografi ancora non si conoscono ma curiosamente convergono, ciascuno con il proprio approccio e con il proprio stile, nel raccontare Palermo.

D’aguanno fotografa con una distanza pittorica, ossia con l’atteggiamento di chi non si sente legato ad alcun momento decisivo, di chi non insegue il treno che passa una sola volta. La sua fotografia è meditativa.

Francesco osa, osa chiedere alla gente di poter vivere con loro. La sua fotografia è partecipata, viva. Racconta del suo rapporto con la gente.

Mentre il resto del mondo fotografico passa il suo tempo a chiedersi che cosa sia diventata la fotografia oggi, questi due la vivono e non hanno l’aria di lasciarsi prendere dall’incertezza.

Quando tempo fa mi è capitato di recensire su una testata on line un lavoro di Francesco realizzato presso una casa dove si piangeva un morto, mi sono trovata a scrivere: “la Fotografia è tornata!”. Non tanto per il risultato. Le foto non erano né perfette né belle. Ma per il senso che da questo lavoro le veniva restituito: testimoniare che intere realtà e intere fasce di persone sono esistite con intensità. A volte con gioia come i bambini che giocano e gioiscono malgrado l’intorno, a volte con rabbia. A volte sole, come il cagnolino di D’Aguanno accucciato sul materasso gettato in strada.  A volte in compagnia della famiglia, come in altri scatti di Francesco.

Non ho idea di come e quando questi due si siano conosciuti ma l’idea di fare questa mostra insieme è stata coraggiosa sotto molti profili.

L’allestimento, che si è basato sulla scelta di  accostare i due autori , associando scatti in bianco e nero (Francesco) e a colori (Giacomo), è stata hard ma ha funzionato. Non soltanto perché il colore di Giacomo non è un colore qualsiasi, ma perché per contenuto e composizione l’accostamento dei due stili ha conferito ritmo alla mostra globalmente considerata.

Ma l’operazione più coraggiosa in effetti è stata quella di Giacomo D’Aguanno che si è generosamente prestato al confronto con un ragazzo da lanciare, senza alcuna competitività, anzi con senso di protezione. Chi conosce l’ambiente della fotografia, oggi stressato dalla moltiplicazione indefinita dei fotografi su piazza, può capire quanto l’atteggiamento di D’Aguanno sia raro e generoso.

Il coinvolgimento della fondazione Buttata così come di chi ha partecipato alla stesura dei testi per il catalogo (Giaramidaro, Calaciura, Buttata e Dell’Erba), è stato prezioso. Come, d’altra parte, l’ospitalità del Teatro Garibaldi che, anche per ubicazione, si è rivelato il luogo ideale.

Una nota critica la dedico soltanto al titolo, che ha qualcosa di ingenuamente parrocchiale.

P.S: la mostra resterà visitabile fino al 18 gennaio 2016