Il Fujiday del 5 luglio 2016, da Sicily Photo a Palermo

Non sono abituata a scrivere di eventi di carattere commerciale. Tutto quello che sono e tutto quello che penso di solito fa a botte con ogni sorta di “interesse economico”. Sono una che combatte guerre perse, che si innamora di realtà moribonde, illudendosi donchisciottianamente di riportarle in vita. Così è stato con la fotografia. Ho cominciato a scattare e ad appassionarmi a cavallo tra il tramonto della pellicola e l’alba del digitale. Appena in tempo per sentire la viscerale mancanza della camera oscura, unica attività manuale in cui sia mai riuscita. Appena in tempo per cominciare a soffrire di ulteriori ore di camera chiara, cioè al computer, oltre quelle passateci per lavoro. Una così non è capace di concepire idee di successo commerciale o di scegliere l’onda giusta. Ma recentemente ho assistito ad un evento che mi ha spinto a prendere posizione scrivendone.

Da molti anni frequento il negozio palermitano Sicily Photo di Raffaele Tranchina che – prendendo le redini dell’attività dopo la prematura scomparsa del padre che lo aveva inaugurato nel 1977 – cerca di resistere con intelligenza e cuore alla concorrenza degli ipermercati e del web. Nell’epoca del boom della fotografia, paradossalmente chi ambirebbe a vivere di fotografia, ovvero gli stessi fotografi di ogni ordine e grado e i negozi specializzati del settore, rischiano invece di morire. Ad ogni modo, Raffaele e i suoi fratelli sono riusciti a diventare e a restare un punto di riferimento assoluto per la fotografia palermitana e siciliana, offrendo informazioni, formazione e assistenza, e vendendo, insieme ai tanti prodotti, serietà e cortesia. Per tutte queste ragioni, il negozio è spesso sede di eventi promozionali quali Canon day, Nikon day e Fuji day . Il cliente fotoamatore di solito sfrutta questi momenti per provare macchine e obiettivi e spesso il negozio mette su un set con modelle per lo scopo. Due giorni fa ho assistito a qualcosa di molto diverso e di molto coraggioso. Nella giornata dedicata ai prodotti Fujifilm si è tenuto un seminario, condotto dal fotoreporter Maurizio Faraboni, che ha illustrato al pubblico i propri lavori. Faraboni, X-Photographer per Fujifilm, ha parlato della propria attività come di una “missione” che lo ha portato ad occuparsi di temi di terribile drammaticità che, nella maggior parte dei casi, non fanno notizia: la dimenticata ma non sconfitta lebbra in alcuni paesi africani, i ragazzi che vivono ancora oggi all’interno del sistema fognario di Bucarest, la realtà della contaminazione ambientale che sta avvenendo, nell’indifferenza generale, nella Repubblica Dominicana. Nel caso del lavoro sulla lebbra ha tenuto a mettere in risalto come in effetti la lebbra sia una malattia assolutamente aggredibile con mezzi anche banali come le camere iperbariche che ovviamente nessuno ha interesse a fornire alle popolazioni poverissime che ne sono vittime. Nel caso del disastro ambientale nella Repubblica Dominicana, ha raccontato e mostrato con le fotografie e i video realizzati che nel Pueblo Viejo di Cotuì, la ditta canadese Barrick Gold sta estraendo oro da anni, in quella che è diventata la miniera più grande del mondo. Ma queste estrazioni comportano l’avvelenamento dei due fiumi di cui la popolazione umana e animale vive con mercurio e cianuro. Insomma, in un’ora e mezza, abbiamo assistito allo scorrere di immagini e al fluire di parole che, come ha detto il fotografo palermitano Angelo Cirrincione, (altro X-Photographer di Fujifilm) nel presentarlo, hanno restituito dignità alla fotografia, oggi soffocata dal suo stesso successo. Il salone di Sicily Photo era pieno di persone attente. Alcune avevano dovuto prenotarsi per avere un posto a sedere e partecipare. Altre erano capitate li per caso, forse aspettandosi il solito photo day con modelle; ma sono rimasti catalizzati, anche in piedi per l’intera durata dell’incontro. Uno dei momenti più emozionanti è stato quando Faraboni, con voce spezzata dall’emozione, ha raccontato di come una sua fotografia abbia determinato per uno dei bambini di Bucarest, una svolta decisiva. Grazie a quella foto una coppia benestante ha deciso di adottare il bambino. A fronte di un esito positivo, tanti disastri senza voce… Ma, per vivere, occorre coraggio, voglia di agire, di smuovere le acque. La fotografia oggi dovrebbe ritrovare coraggio, il coraggio di spendersi per la vita. La gente che va a comprare delle macchine fotografiche, nella maggior parte dei casi lo fa per fare dei bei ritratti ai familiari, per le foto in vacanza; qualcuno è un fotoamatore evoluto, ha interesse per le arti visive, curiosità tecnologiche. E va bene! Ed è chiaro che la Fuji, come la Canon, la Nikon e tutte le altre case produttrici non esisterebbero senza di loro. Ma è stato bello che due realtà commerciali, la grande Fuji e Sicily Photo, abbiano scommesso sul fatto che la fotografia possa ritrovare anche un senso più forte, una dignità con la D maiuscola: la consapevolezza cioè di avere la funzione di mettere sotto gli occhi di tutti ciò che sfugge, ciò che la disattenzione organizzata dell’industria culturale ci sottrae allo sguardo. E lungi da ogni equivoco, le foto di Faraboni non erano interessanti solo per il loro contenuto. Oggi, tutti possono documentare ogni cosa, anche con lo smartphone. Ma la fotografia di Faraboni aveva due grandi pregi: dava l’impressione dell’ESSARE lì, lì dove nessuno va volentieri o facilmente; dell’essere nella situazione certo non di passaggio ma in profondità; ed era Fotografia, ovvero scrittura con luce, inquadratura, salienza.

Ringrazio Fujifilm Italia, Angelo Cirrincione, Raffaele Tranchina e tutto lo staff di Sicily Photo, per avermi fatto fare questa esperienza. E mi auguro che anche in futuro i momenti di promozione di beni fotografici si possano coniugare con la promozione umanitaria e della Fotografia.

                                  Anna Fici