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Apre a Palermo la Piccola Scuola di Cinema indipendente underground. E ci sono anch’io!

Ieri, giovedì 21 settembre 2017, la nuova Piccola scuola di cinema indipendente underground di Palermo ha aperto i battenti con una prima “lezione di cinema” tenuta dalla coppia Vespertino-Bologna che nell’ultimo film di Pif, “In guerra per amore” hanno interpretato due stupendi ruoli, in un perfetto equilibrio tragicomico.

http://www.ilfogliettone.it/piano-focale-suona-la-campanella-lezione-cinema-palermo/

In questa occasione, il direttore artistico, il regista Giuseppe Gigliorosso, ha presentato agli astanti lo staff e il corpo docente della scuola che, pur nel suo piccolo, consta di ben 22 elementi.

Si comincia a fine ottobre.

INFO:  tel. 370 139288. Telefonare nei giorni di lunedì, mercoledì e giovedì dalle ore 16:00 alle ore 19:00
o inviare una email a info@pianofocalescuola.it.

Questionario sul gradimento delle immagini fotografiche

Un attimo di ATTENZIONE! Vi prego di spendere appena un minuto nella compilazione di un questionario che ha come finalità quello di studiare con un approccio sociologico il gradimento delle immagini fotografiche sui social network. Ci vorrà appena un minuto del vostro tempo.

Se siente disponibili cliccate:

Questionario

Ringrazio pubblicamente il mio caro studente, Marco Siino, che da laureato in ingegneria informatica mi sta supportando nella realizzazione della ricerca.

Riflettendo su brani tratti da Bourdieu

Per una sorta di inerzia culturale, permane per certi ceti sociali la fama della fotografia di essere un mero indice e non un’icona. La permanenza di tale fama non dipende, come spesso si pensa, dalla dimensione tecnica. Spesso si sente dire che una attrezzatura più evoluta sortirà risultati migliori, ossia più fedeli alla realtà. Ma secondo  Bourdieu la corrispondenza tra fotografia e realtà dipende dal fatto che i fotografi occasionali, coloro che realizzano foto in famiglia o tra amici, fotografano le norme sociali. Sia nel caso delle fotografie fatte a persone, che comunemente negli usi sociali non si lasciano sorprendere dal fotografo ma si mettono in posa per l’occasione, sia nel caso di paesaggi o oggetti, in cui è il fotografo a predisporsi davanti all’oggetto secondo norme interiorizzate. La fotografia sembra oggettiva perché fotografa ciò che noi riconosciamo  come realtà ossia le nostre norme. Così come una volta ci si faceva fotografare ben impettiti, frontali e con il vestito della domenica, la fotografia continua ad essere espressione di una convenzione e/o  della desiderabilità sociale all’interno dei gruppi (oggi non più classi o ceti) che si differenziano da altri gruppi, utilizzando la fotografia, insieme a molte altre cose, come strumento di distinzione.

Da ciò soltanto si può comprendere la sospettosità verso l’istantanea rubata, che coglie l’attimo senza che noi possiamo pre organizzarlo.

 

Consigli di lettura

La questione dell’identità della fotografia può essere affrontata da molteplici punti di vista. Dal punto di vista del suo rapporto con l’arte e con le arti visive in particolare, dal punto di vista semiotico… dal punto di vista sociologico. E’ chiaro che, in virtù delle mie competenze, io sono più interessata a quest’ultimo. Ma è altrettanto chiaro che, per essere aiutati a riflettere occorre leggere di tutto.

Tra i non sociologi chiari e interessanti alla lettura c’è Claudio Marra che da storico della fotografia , nel volume Fotografia e arti visive edito da Carocci nel settembre del 2014, ci propone un punto di vista interessante sulla questione del fotografico. 

Va preliminarmente detto che Marra attribuisce date di nascita differenti alla fotografia intesa come hardware (tecnologia) e al fotografico inteso come software (concezione astratta del fare fotografia). Rifacendosi a Schwarz (1949) e a Galassi (1989), ci presenta un concetto del fotografico decisamente precedente alla nascita della tecnologia fotografica, nel senso che già a partire dal ‘500 l’uso della visione prospettica attraverso la camera obscura rendeva la rappresentazione pittorica in molti casi simile a quella che sarebbe poi stata la rappresentazione fotografica. D’altra parte, la fotografia è caratterizzata da una sua specificità, quella di prevedere la compresenza tra fotografo e referente reale fotografato. Questo mette talvolta l’accento più sulla funzione presentativa del soggetto reale dell’immagine che su quella rappresentativa (interpretazione). Ma la funzione presentativa è quella più in linea con l’operazione messa in campo dall’arte contemporanea, dal ready made, per esempio.

La fotografia sarebbe dunque nata vecchia perché basata su un metodo già pittorico ma sarebbe al tempo stesso un’arte contemporanea perché estrapola il reale esattamente come un ready made.

Nella rappresentazione prevalgono gli aspetti formali, la luce, il punto di vista, nella presentazione prevale il soggetto contenuto nell’immagine. La rappresentazione ha l’interpretazione autoriale al proprio interno, la presentazione rinuncia apparentemente all’interpretazione. Ciò ha fatto dire a molti che la fotografia non è arte ma mera registrazione.

In realtà la fotografia presentativa sposta l’interpretazione fuori, oltre i bordi dell’inquadratura perché l’interpretazione comincia dalla scelta dei segmenti di realtà da fotografare, nella scelta di decontestualizzarli per ricontestualizzarli altrove.

E la sociologia? Che sguardo può avere su tutto questo?

Sia le immagini a prevalenza rappresentativa, sia quelle a prevalenza presentativa possono essere ascritte al concetto generale di prodotto culturale. In quanto tali possono suscitare l’interesse della sociologia dell’arte, della sociologia della cultura….della sociologia generale, in quanto contenitrici di indicatori sociali e di rapporti tra indicatori sociali.  Ma lo specifico fotografico, ossia la compresenza tra fotografo e realtà fotografata fanno della fotografia intesa come attività, dunque del fare fotografia, un vero e proprio processo di socializzazione, un vero processo culturale.

C’è il fare fotografia, c’è ciò che si fa con le fotografie. Entrambe le cose sono profondamente cambiate nell’arco degli ultimi vent’anni.

Come già scriveva Bourdieu nel 1965, “se la fotografia ha una così larga diffusione non può dipendere soltanto dal fatto che oggi sia una tecnologia alla mano ed abbastanza economica. Essa deve aver dato risposta a qualche necessità sociale rimasta silente fino a che non ha trovato il modo di venir fuori” (citazione non letterale). E se questa affermazione aveva un senso negli anno ’60 del Novecento, immaginate oggi.

Dalla domanda sul senso profondo della fotografia nell’era digitale parte il mio lavoro di sociologa.

Per quanto oramai da molti anni io sia titolare della cattedra universitaria di Teoria e Tecniche dei Nuovi Media a Palermo, non sono mai caduta nell’illusione che i cambiamenti tecnologici spieghino i cambiamenti del comportamento sociale. Il sistema tecnologico esattamente come il sistema economico non possono spiegare i fenomeni sociali, come già Durkheim aveva chiaramente intuito sul finire del XIX sec. Solo la traduzione delle condizioni tecnologiche ed economiche in condizioni di interazione potrebbe forse servire. Ma a monte c’è ancora qualcos’altro. Ci sono i bisogni che spiegano l’adozione e la diffusione del cambiamento.

L’indefinito ampliamento del fotografabile, ossia di ciò che viene considerato degno di essere fotografato, deve essere la risposta a un bisogno latente. L’indefinita espansione del condivisibile altrettanto. E forse il senso dei termini che si continuano ad usare, come appunto condivisione, va problematizzato, come è già avvenuto da parte della letteratura sociologica con espressioni come legami, distinti poi in legami forti e legami deboli, o come comunità, distinto poi in comunità tradizionali o a base territoriale e comunità virtuali o meglio on line.

 Anna Fici