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Un anno fa accadeva che…

#IoRestoaCasa

RaiRadio3 dedicasse una trasmissione mattutina, dal titolo «Qui comincia» al mio libro «Nella giostra della social photography».

Ve ne ripropongo il podcast https://www.raiplayradio.it/audio/2019/03/QUI-COMINCIA—Social-photography-522866c7-03f9-47f8-badc-c00e9589ce0c.html?wt_mc=2.www.fb.raiplayradio_ContentItem-522866c7-03f9-47f8-badc-c00e9589ce0c.&wt&fbclid=IwAR016pHZ23z3Yd9WPdaFkHZNZnYZHFxNDV179ycMG0kv4vZXP38WzxyIXtQ

Grazie ad una candela

#IoRestoaCasa – Un racconto di Anna Fici

All’alba il cielo si era presentato così azzurro e terso che Sara pensò all’improvvisa, radiosa bellezza dei moribondi. Era uscita, dopo diversi giorni in casa, per qualche commissione nel quartiere. L’aria era rimasta fresca e pulita per tutta la mattina. Ed era stato piacevole, in un primo momento, passeggiare in strada con il naso per aria. Tutto appariva come sospeso. I consueti rumori erano quasi del tutto scomparsi. In lontananza si udiva soltanto, a tratti, l’abbaiare dei cani. Forse randagi sorpresi e spersi. E a lei erano tornate in mente le domeniche dell’austerità. A setto o otto anni, con i pattini a rotelle insieme alla sorella più grande, percorreva la via Notarbartolo con il vento in faccia e il mondo consueto le appariva strano, mascherato.   

Poi, si era imbattuta in una fila di suoi concittadini dalla testa china, davanti alle porte a vetri di un grande supermercato. Tenevano le debite distanze e oramai la maggior parte era fornita di mascherine. Le sembrò che la solitudine fosse calata su tutti loro come una nebbia sporca e che si fosse insinuata in ogni interstizio, tra le loro dita, tra le pieghe del viso, intristendo gli occhi. 

Nel pomeriggio si era scatenato l’inferno.  

Verso sera, aveva frugato in giro per casa aprendo tutti i cassetti e gli sportelli della cucina. Ma dal cassetto delle cianfrusaglie, tra pezzi di spago, vecchi tappi di bottiglia e sacchetti di plastica ripiegati, era saltata fuori solo una candela smezzata. Si bloccò a pensare che anche sua madre e sua nonna avevano tenuto in cucina un cassetto come quello. E che lei aveva sempre pensato che non sarebbe mai caduta nell’accumulo di tali inutilità. Invece era là, proprio davanti ai suoi occhi. 

Tra poco il buio sarebbe arrivato e lei non aveva altro che quel pezzo di candela per affrontare la notte. Impensabile uscire a quell’ora. Il vento oramai viaggiava a circa cinquanta nodi. Giungevano da fuori sirene di ambulanze, o forse dei vigili del fuoco. Non aveva mai imparato a distinguerle. 

Non sembrava che quel pomeriggio lugubre appartenesse alla stessa giornata. 

Fino ad un’ora prima aveva potuto ascoltare la radio a pile che poi si era scaricata. Le ultime notizie erano state davvero spaventose. La gente che da oltre un mese viveva in uno stato di quarantena perenne per lo più a casa, e che usciva solo per i necessari approvvigionamenti nei pochi centri commerciali rimasti aperti, era stata raggiunta dalla notizia che anche l’acqua dei rubinetti si era infettata e che non avrebbero dovuto usarla nemmeno per lavarsi i denti. Il solo contatto con la pelle, con le mucose, poteva essere letale. 

«Chissà quanti, ignari, ne avevano già fatto uso», aveva pensato lei. 

Nelle ultime ore tutti si erano riversati in strada alla ricerca di acqua in bottiglie. Ma molti erano rimasti uccisi o feriti sotto il crollo di cartelli stradali, alberi e insegne. Si erano persino staccati pezzi di balconi. E in città era saltata la luce. 

Quanto vasto fosse il danno non c’era modo di saperlo perché le linee telefoniche erano saltate anch’esse. L’isolamento era totale. Sara aveva paura. Paura per sé e paura per la sorella che viveva un po’ fuori città, ad una ventina di chilometri. 

Sarebbe stato il momento ideale per riflessioni generali su come l’umanità si fosse oramai interamente consegnata alla tecnologia, su come ne fosse diventata schiava. Magari dopo avrebbero bombardato l’opinione pubblica con innumerevoli talk show in cui esperti di questo e di quello si sarebbero scontrati facendo un’audience mai raggiunta prima. Sarebbe stata l’occasione – pensò tra sé – per dar ragione all’autore della proposta di una «decrescita felice» che quando il libro era uscito a lei era sembrata solo una follia di tendenza. Ma la paura la attanagliava e non lasciava spazio ad altro pensiero che a quello della notte. 

Di certo non sarebbe riuscita a dormire. E come si fa a non fare assolutamente niente? Non sapeva se e quando accendere la sua misera candela. Voleva tenerla per quando le fosse stata assolutamente necessaria; ad esempio per andare in bagno. Ma aveva un tale bisogno di calore che fece una cosa irrazionale. La accese, malgrado fosse ancora presto. Si sentì subito meglio perché attorno a lei si creò immediatamente una piccola bolla di luce rossiccia rincuorante. Le sirene si allontanarono. Sentì che una specie di strana, immotivata pace la stava lentamente riempiendo. 

Come se poi non avesse più potuto farlo, come se si preparasse a un addio, si spogliò. Seduta sulla sedia di cucina rimase nuda a guardarsi, come avesse bisogno di riconoscersi un’ultima volta. Le gambe ancora esili, la pancia leggermente pronunciata, i seni piccoli, i capezzoli scuri e duri. Pensò che a ciò che sarebbe venuto, forse alla morte voleva consegnarsi così, con le spalle cadute sotto il peso di una testa troppo piena di cianfrusaglie, con le lievi varici che negli ultimi anni le erano spuntate. L’immagine di sé tremava nella luce fioca e dal petto le salì una commozione irrefrenabile. Pianse senza sapere perché. Pianse senza argomenti. Un pianto fisico voluto solo dal suo corpo. Era arrivata chissà come, chissà perché proprio in quel momento, al centro di sé, dove la mente tace e il corpo respira. Riconobbe quella sensazione. 

Le sue mani erano grandi e sempre calde. L’aveva stretta alla vita e sollevata in aria per farla ricadere nel suo abbraccio, molto tempo prima. Erano rimasti stretti tutta la notte, tenuti in vita dalle carezze. Il porto era deserto, caldo e senza vento. Tutti erano andati speranzosi a dormire. L’indomani sarebbe arrivata la nave dopo diversi giorni di isolamento e l’isola di Linosa avrebbe ritrovato la normalità. 

Lei lo aveva amato senza un domani. Ma «domani» stava arrivando. Il domani avrebbe bussato all’alba, avrebbe bussato con una folla vociante sulla banchina, il carico e scarico delle casse di cibo. I loro respiri accorciavano la notte come una clessidra. Ma dentro il tempo che passa c’era il loro «sempre», che sarebbe durato pochissimo ma per tutta la vita. Non lo aveva dimenticato. Ma un giorno correndo tra un articolo da scrivere e una lavatrice da caricare aveva posato quel ricordo dentro l’armadio per continuare a correre in santa pace. 

Ed ora era proprio come allora. Sulla sedia di cucina, con un corpo così diverso e così uguale, tra mille solitudini là fuori, la candela accorciava la notte e lei era tornata dentro quel «sempre». Calò il buio. Ma non se ne spaventò. Il tempo non fu più vuoto. Ritrovò la danza dei pesci. Ritrovò l’acqua profonda in cui si erano tuffati. E quando con il giorno ne riemerse, il mondo le sembrò patetico con le sue paure. E sorrise.