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Presentazione a Trapani degli ultimi due libri di G. Leone

Venerdì 28 maggio mi è capitato di presentare i due volumi di Giuseppe Leone: “Storia di un’amicizia” e “L’isola del pensiero”, ospite della bella manifestazione TrapaniInPhoto (25 maggio – 12 giugno). In particolare, il primo dei due volumi è stato rieditato, con l’aggiunte di alcune foto all’interno e proposto anche in versione cofanetto, con l’aggiunta  di una stampa originale, baritata, del Maestro. E’ stata davvero una bella esperienza! Ringrazio il curatore, Giuseppe Prode, per avere pensato a me, permettendomi di dialogare con un fotografo che ha contribuito a fare la Storia, non solo della Fotografia ma del nostro Paese. Giuseppe Leone si è dimostrato un vero uomo di cultura che, attraverso la fotografia, ha preso parte alla vita del suo tempo, curioso di tutto. Ancora oggi ha mille interessi e mille progetti.

Storia di un’amicizia

Maria, una leonessa dagli occhi stanchi

E’ Maria. Un volto noto a chi frequenta la zona della Cala e della Fonderia Orotea a Palermo. Insieme alla sua numerosa famiglia, gestisce traffico e parcheggi, contrastando spesso con i vigili, quelli veri. Conosce e saluta tutti con grande educazione. Noi ci saluta con calore. E’ una leonessa! Stanca! Che però – malgrado gli acciacchi dell’età acuiti dal trascorrere molte ore in strada, con il caldo e con il freddo – mi trasmette sempre una grande forza. Lei è fortemente Palermo. E’ il genio femmina. Il simbolo di un mondo che resiste all’espansione dei non luoghi, dell’omologazione. Parla di sé lasciandoci intravvedere un carattere roccioso. Come una roccia sa di essere stata scagliata in questa vita, in questa piazza. E che quello è il suo posto. Della sua non scelta ha fatto una scelta eroica.

Amo questi volti, che con ogni piega raccontano. E amo che la fotografia restituisca dignità a chi rischia di passare inosservato. Amo raccontare quello che succede mentre non succede niente. Mi appassiona il disordine vivo, le voci vociate in strada.

Sono nata fuori tempo massimo. La fotografia di oggi si pone altre sfide. Non vuole più essere traccia. Non posso ripercorrere il neorealismo; né fondare il neo-neorealismo. Eppure è la sola cosa che mi interessa.

“Abbiamo visto già tutto. Non c’è più niente da scoprire. …” Non è vero! Non ci credo!

La vita di Maria non la conosciamo. Ce l’ha tutta in faccia.

Ha il silenzio bello, sfacciato. Altre donne potrebbero avere un bel sorriso. Lei ha un bel silenzio. Te lo punta contro imbronciata, come una bambina.

Sono sei anni che parcheggio grazie a Maria e grazie al suo saluto ravvivo il mio senso di appartenenza al mondo. Al fluire della gente, con cui tanto ho in comune, anche nei momenti in cui mi sento più sola.

Allergica a questo?????

Mentre me ne sto a casa con una febbre allergica, asma e malesseri vari, penso… Ma tutto questo, la natura, può davvero farmi male? Può davvero essere la causa del mio nuovo male? Difficile da accettare. Comunque, sono qui… e allora gioco con le immagini della scorsa primavera, sperando di ritrovare il benessere necessario a tornare in giro, a scattare

Il giorno della memoria

Foto simili a queste sono già apparse su Facebook. Erano dell’amico Salvo Quagliana, con il quale avevamo in mente di realizzare una mostra dedicata al “Giorno della memoria”. Poiché il progetto è saltato, le mostro. Così volendo, a mio modo, manifestare sdegno per ogni violenza, ogni sacrificio della vita e della dignità umana.

Ringrazio ovviamente modelli e modelle che, in questo caso, sono stati più che altro degli interpreti.

Questionario sul gradimento delle immagini fotografiche

Un attimo di ATTENZIONE! Vi prego di spendere appena un minuto nella compilazione di un questionario che ha come finalità quello di studiare con un approccio sociologico il gradimento delle immagini fotografiche sui social network. Ci vorrà appena un minuto del vostro tempo.

Se siente disponibili cliccate:

Questionario

Ringrazio pubblicamente il mio caro studente, Marco Siino, che da laureato in ingegneria informatica mi sta supportando nella realizzazione della ricerca.

La Palermo degli ultimi

 

Di Francesco Faraci mi è già capitato di scrivere, forse non in questa sede… Adesso non ricordo. Ma per chi non mi avesse letto allora, ecco alcune considerazioni che mi è capitato di fare su di lui e sulla sua fotografia. Lo conosco circa cinque anni fa. Io e Giancarlo Marcocchi tenevamo delle serate di informali letture portfolio presso un pub. Francesco le frequentava insieme ad altri ragazzi ma il suo rapporto con la fotografia era… trattenuto. Forse la sua vita era un po’ ferma in generale. Non voglio cadere in facili psicologismi ma era chiaro dalla sua espressione più frequente che non credeva di poter cambiare nulla del proprio destino e si intratteneva in chiacchiere con una birra in mano come un predestinato. Predestinato, secondo lui, a nulla di che…  Eppure era così giovane…

Giacomo D’Aguanno lo conoscevo da più tempo, di fama. Per me era un fotografo di ottima reputazione, noto nella realtà palermitana come stampatore che stampava spesso per conto terzi, anche per “terzi” di qualità e con ottimi risultati. Lui di persona lo conosco da forse quattro anni ed è stata una bella conferma.

Dopo una stagione autunno-inverno (2010-2011) di letture portfolio al pub, perdo di vista Francesco. Il pub finirà con il chiudere,  disperdendo i suoi abituè.

Nel frattempo, approfondisco la conoscenza con Giacomo e lo coinvolgo in qualche iniziativa da me organizzata, sempre di carattere fotografico. Recentemente lui coinvolge me per una mostra presso la fondazione Buttitta e decolla un bel rapporto.

Dopo forse un paio d’anni incontro per strada Francesco. Visibilmente tutto è cambiato in lui. Ha lo sguardo di chi vuole prendere il proprio destino in mano ma generosamente lo vuole donare, lo vuole condividere, lo vuole dedicare.

In quel periodo, quindi circa tre anni fa, nasce questa mostra, “La Palermo degli ultimi”, quando i due fotografi ancora non si conoscono ma curiosamente convergono, ciascuno con il proprio approccio e con il proprio stile, nel raccontare Palermo.

D’aguanno fotografa con una distanza pittorica, ossia con l’atteggiamento di chi non si sente legato ad alcun momento decisivo, di chi non insegue il treno che passa una sola volta. La sua fotografia è meditativa.

Francesco osa, osa chiedere alla gente di poter vivere con loro. La sua fotografia è partecipata, viva. Racconta del suo rapporto con la gente.

Mentre il resto del mondo fotografico passa il suo tempo a chiedersi che cosa sia diventata la fotografia oggi, questi due la vivono e non hanno l’aria di lasciarsi prendere dall’incertezza.

Quando tempo fa mi è capitato di recensire su una testata on line un lavoro di Francesco realizzato presso una casa dove si piangeva un morto, mi sono trovata a scrivere: “la Fotografia è tornata!”. Non tanto per il risultato. Le foto non erano né perfette né belle. Ma per il senso che da questo lavoro le veniva restituito: testimoniare che intere realtà e intere fasce di persone sono esistite con intensità. A volte con gioia come i bambini che giocano e gioiscono malgrado l’intorno, a volte con rabbia. A volte sole, come il cagnolino di D’Aguanno accucciato sul materasso gettato in strada.  A volte in compagnia della famiglia, come in altri scatti di Francesco.

Non ho idea di come e quando questi due si siano conosciuti ma l’idea di fare questa mostra insieme è stata coraggiosa sotto molti profili.

L’allestimento, che si è basato sulla scelta di  accostare i due autori , associando scatti in bianco e nero (Francesco) e a colori (Giacomo), è stata hard ma ha funzionato. Non soltanto perché il colore di Giacomo non è un colore qualsiasi, ma perché per contenuto e composizione l’accostamento dei due stili ha conferito ritmo alla mostra globalmente considerata.

Ma l’operazione più coraggiosa in effetti è stata quella di Giacomo D’Aguanno che si è generosamente prestato al confronto con un ragazzo da lanciare, senza alcuna competitività, anzi con senso di protezione. Chi conosce l’ambiente della fotografia, oggi stressato dalla moltiplicazione indefinita dei fotografi su piazza, può capire quanto l’atteggiamento di D’Aguanno sia raro e generoso.

Il coinvolgimento della fondazione Buttata così come di chi ha partecipato alla stesura dei testi per il catalogo (Giaramidaro, Calaciura, Buttata e Dell’Erba), è stato prezioso. Come, d’altra parte, l’ospitalità del Teatro Garibaldi che, anche per ubicazione, si è rivelato il luogo ideale.

Una nota critica la dedico soltanto al titolo, che ha qualcosa di ingenuamente parrocchiale.

P.S: la mostra resterà visitabile fino al 18 gennaio 2016

Una modella…

Non sono certo molto attratta da questo genere fotografico. Certo, però, quando si incontra un viso così bello… Si trattava di uno shooting fotografico. Non partecipo mai a iniziative del genere. Stavolta ho voluto farlo con l’intento di imparare qualcosa di più sulla luce in interni, artificiale, naturale e flash. Questa ragazza non è una professionista. L’ho vista arrivare di mattina al luogo dell’appuntamento, in jeans e struccata. Forse pure ancora assonnata. Non avrei mai sospettato che potesse cambiare tanto, con un po’ di trucco e sotto la luce giusta. Davvero interessante! Grazie Alessandra Roma, timida, educata… una persona carina!