Non amo parlare di me

Anna al CastelloFoto di Lorenzo D’Acquisto

Non amo parlare di me. Ma che cavolo! Posso farmi un augurio? Lo faccio a partire da questa foto perché in questa foto c’è tutto.

L’arancione, il mio colore preferito. Il colore che percepisco puntando al sole gli occhi chiusi e da cui riconosco di essere a Palermo. Solo a Palermo la luce ha questa particolare gradazione di arancio.

Sono al Castello di Cammarata (Ag), il paese dove è nata mia madre. Qui il sapere di essere sua figlia ,per un attimo, si è trasformato in sentimento di continuità e appartenenza.

Guardo avanti luminosamente. So che in fondo c’è il mare. Non lo vedo ma lo sento. Sento la felicità di essere una isolana che da qualunque parte può correre verso l’acqua!

Uso questa foto per augurarmi buon viaggio.

Intraprendo un piccolo viaggio verso altre isole. Ho viaggiato pochissimo nella mia vita. E’ tempo di rimediare!

Temporeggiando…

Il tempo ci vive e ci mangia. È l’esperienza di un morso senza tregua. Un tunnel sempre più lungo di assenze che viene scavato sotto gli occhi vigili e impotenti della coscienza. Un giorno ci manca un padre. Un giorno ci manca un amico. Un giorno ci manca la mancanza, per nausea di vita. Ma possiamo fare in modo che che la morte ci muoia accanto scegliendo di essere il morso, il crampo vivo della nostra esistenza. Accettare e amare le nostre lotte, le nostre urla, i nodi, i legami che fanno male, il male che ci rende umani. Una libertà senza nodi che stringono la gola è un deserto bianco, una serenità astratta e senza radici, un sorriso che schiude il vuoto. Ho vissuto così a lungo con le mie idee da credere di essere io stessa un’idea. Senza tempo. E poi un giorno mi sono convinta di essere carne e sangue. È stata solo l’età a svelarmi che anche quest’ultima era stata solo un’idea che mi ero messa in testa. Perché carne e sangue non pensano, non si pensano. Pulsano, sudano, sputano, si contraggono, godono, tremano, scattano, saltano e corrono. E quando carne e sangue sono, il tempo non è. Quando l’età me lo ha fatto sentire ho trovato che era un sentire antico. Era il vecchio sentire della sbarra, di quando danzavo: l’unica salvezza, l’unica fuga vera, non pensata ma fuggita realmente a cavallo dell’immanenza. La morte e il tempo sono un problema solo per chi non gode e non piange abbastanza.

Perché queste considerazioni? Perché ho da poco compiuto cinquant’anni. Sono arrivati come una scheggia di vetro fredda e tagliente sulla carne. Ma è inutile tentare ridendo e festeggiando con le candeline di rimuovere la ferita di sapere. Gli amici, le candeline e le risate ci sono stati e li ho graditi. Ma stranamente bisogna sapere che la vita scorre lungo via della morte. E poi saltarci dentro lo stesso, a suon di amici, musica, amori e candeline. E poi, guardare il mare…

L’ostinazione della volontà

Roberto Bolle a Sanremo

Bolle

Io me lo ricordo cos’era non sentire impedimenti tra il flusso del pensiero, il battito del cuore e il corpo.

Io me lo ricordo quando le gambe, le braccia, i piedi erano me, senza soluzione di continuità.

Io me lo ricordo cos’era l’aria in faccia mentre correvo come un vettore nel buio

Io me lo ricordo quando l’equilibrio era naturale come il respiro

E se dovessi dire cos’è invecchiare, direi che è doverlo ricordare