La migliore offerta – Recensione di Anna Fici

Pubblicato nel 2013 sul Giornale del Mediterraneo subito dopo l’uscita del film nelle sale italiane

“Si può simulare l’amore?”

Non è una domanda da poco quella che Giuseppe Tornatore si pone e ci pone con la sua ultima creatura, “La migliore offerta”, nelle sale a partire dal 1 gennaio 2013. Oppure – ed è questa la teoria e la scommessa del protagonista del film, il battitore d’aste Virgil Oldman (Geoffrey Rush) – in ogni simulazione il simulatore non può fare a meno di mettere qualcosa del proprio vero sé?

Forse questa è proprio ciò che tutti ci chiediamo di fronte agli artisti e alle loro opere. E forse questo è uno dei film più autobiografici del regista, anche se lontano dalle atmosfere siciliane per tema, luce, colori e valori. Non vi è, infatti, un solo modo per raccontarsi, e probabilmente ci si racconta meglio e si raggiunge una maggiore profondità frapponendo tra sé e i propri interlocutori il sottile diaframma della finzione. Il cinema, come la letteratura, spesso “copiano” dal plausibile. Ma nell’operazione del copiare, gli autori non resistono alla tentazione di inserire almeno un indizio della propria identità….

Si tratta certamente di un film maturo e riflessivo, in cui l’autore, che è ad un tempo autore del soggetto, della sceneggiatura e della regia, ci conduce seduttivamente a giocare con l’arte e con l’amore, spingendoci a considerare l’uno simulacro dell’altra e viceversa; e a riflettere sull’autenticità dell’inautentico.

Nel mondo della grande Arte, si muove un solitario, autorevole e a tratti burbero battitore d’aste, spesso interpellato in merito all’autenticità e al valore delle opere stesse. Con un infallibile approccio indagatore, si accosta all’opera come ad un mistero da svelare, cercando indizi su cui basare la propria valutazione. Sentimentalmente vergine, come non casualmente dice il suo nome di battesimo, Virgin appunto, non sa che presto gli si presenterà l’occasione di immergersi nel più grande dei misteri: il processo d’innamoramento. Qualcosa di cui non sa nulla, malgrado la matura età. Come lo stesso Tornatore ha dichiarato il 3 gennaio scorso presso la sede Rai di Palermo, dove ha presentato il film a parenti, amici, ex colleghi e conterranei, l’apparente andamento da thriller che caratterizza la pellicola ha la sua ragion d’essere nella natura stessa dell’innamoramento: un percorso irto di ostacoli, tensioni, ambiguità e colpi di scena… , capace di lavare via la ruggine che un uomo ha accumulato nel tempo e rimontarlo creativamente. Le lussuose routine del protagonista, spaventato dal mondo e proprio per ciò chiuso al mondo, sono il punto di partenza del racconto. Subentrerà un affascinante cavallo di Troia, che in un processo di lento disvelamento, produrrà, tra le altre cose, la ricostruzione di un automa creato da Jacques de Vaucanson nel XVIII sec. Ma quando Virgin se lo troverà di fronte la sua presa di coscienza sarà compiuta: egli saprà ad un tempo cos’è l’amore e chi fosse lui prima di conoscerlo. E non tornerà più indietro.

Tema universale, respiro internazionale, realizzazione impeccabile in ogni aspetto. Ottima l’interpretazione di tutti i membri del cast (Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson). Sobria la regia che non cede in alcun punto alla spettacolarità e all’effettismo, malgrado il film si presenti come un potenziale colossal, almeno per l’impegno richiesto, le dimensioni del cast e della troupe. Eccezionale la fotografia di Fabio Zamarion che, dopo aver lavorato con Storaro per Risi e Bertolucci, inizia la sua collaborazione con Tornatore nel 2006, quando dirige la fotografia de “La sconosciuta” e che in quest’ultimo film raggiunge livelli altissimi.