Le luci nelle case degli altri di Chiara Gamberale

Però, però, però cara Chiara…. non pensavo che il tuo libro mi sarebbe piaciuto. Il titolo si, il titolo l’ho trovato subito attraente. La curiosità per le vite degli altri mi è sempre appartenuta! E infatti, guarda un po’ il mestiere che faccio! Però il libro lo guardavo con sospetto. Ti conoscevo già dalla radio e temevo un volume un po’ troppo organizzato dalle competenze psicologiche e dalla volontà di dimostrare, con esempi sotto forma di storie, vaghe teorie sull’identità, il senso di colpa, le relazioni familiari…  Invece no. Invece è un volume che – pur dotato di una struttura di incastri prefetti – non è un freddo strumento di indagine dell’oscuro. C’è al contrario molto affetto; e c’è la capacità di guardare alle radici di questo affetto.

LA TRAMA. Una bambina di appena sei anni – Mandorla –  rimane improvvisamente orfana di madre. Il padre è da sempre sconosciuto. La mamma, Maria, era infatti una ragazza madre. Faceva per vivere l’amministratrice di condominio. Ma in realtà, per il condominio di via Grotta Perfetta era diventata molto di più. Ogni riunione di condominio, grazie a lei, si trasformava in una festa, un momento di vicinanza e di ascolto dei problemi gli uni degli altri. Maria insomma aveva rappresentato la coesione sociale della comunità di via Grotta Perfetta; anzi, aveva proprio trasformato un condominio in una comunità.  Alla sua morte, i condomini decidono di far crescere Mandorla tutti insieme, come una grande famiglia; sia per affetto nei confronti della defunta, sia per paura: in una lettera lasciata alla bambina, che a sei anni non può coglierne pienamente il senso, la mamma Maria lascia intendere che l’amplesso grazie al quale è rimasta in cinta, è avvenuto nella terrazza coperta al sesto piano del palazzo… forse con uno degli uomini del palazzo…. Per cui, niente test del DNA e via a un’esperienza inedita e follemente assennata quale quella di far adottare formalmente la bambina dall’unica single dell’edificio, una attempata maestra di scuola, e di fatto crescerla come fosse di tutti. Di tutti e di nessuno.

La lingua del romanzo, volutamente poco o per niente letteraria, che pure all’inizio mi aveva infastidito, segue le pieghe anche caotiche e accavallate del pensiero. E’ imperfetta, incompiuta, come sono spesso i nostri discorsi interiori. E si va chiarendo e distendendo di pari passo con la maturazione di Mandorla – la ragazzina protagonista – e di chi le sta intorno, ovvero i membri di quello strano condominio-famiglia di via Grotta Perfetta 315.

E poi… Via Grotta Perfetta… ma che straordinaria invenzione…. Infondo, il libro, parla proprio di questo: della ricerca che ciascuno fa della propria grotta perfetta. E del fatto che oggi, la grotta perfetta non possa che essere un pachwork, si spera armonico,  di realtà e di appartenenze stratificate. Addio amore (singolare) della mia vita, addio casa (focolare unico) della mia esistenza, addio famiglia, (unica ed unita anche dalla coercizione sociale, economica….). Benvenuta complessità: l’ambiente dove il filo delle cose e il filo del nostro essere noi, rischia costantemente di spezzarsi ma può anche produrre uno straordinario intrigo, un groviglio d’Arte.

Come a dire che l’individuo post-moderno – ovvero tutti noi, ciò che non possiamo non essere se siamo qui, ora – può essere un fastidioso disordine o uno di quei disordini creativi che trasmettono calore e vitalità.

Oggi il  crescere richiede inevitabilmente di rapportarsi con il caos e la contraddizione. E fa di noi, inevitabilmente, dei produttori di caos e contraddizione. Ma il crescere bene, o infondo solo il non spezzarsi, restando vittime di tensioni contrastanti, richiede visionarietà. Ovvero la capacità di intuire la visione del tutto, completando con l’affetto i buchi e i contrasti, distendendo con l’amore le linee spezzate; e inglobandoci nell’esperienza di essere noi, pur nella nostra incostante vita.

Mandorla si sente spezzata nelle tante Mandorla che è per le sue famiglie (quelle dei condomini), che non riesce a cogliere come un’unica famiglia allargata. E’ alla ricerca della sua vera appartenenza. La paura ancestrale rappresentata dal personaggio di Porcomondo, violento bestemmiatore, drogato e sede di tutti timori che le sono state inculcati, rappresenta la pietra che rompe lo specchio del sé. Nel momento in cui Mandorla riesce a decidere di non voler più essere vittima della paura e del dubbio,, quei pezzetti spezzati di specchio possono diventare il suo luna park, riunito nella visionaria visione globale dell’amore.

 

Ritorno….

Al ritorno dalle mie vacanze trovo che il mondo c’è ancora. Traffico, polemiche politiche, polemiche post-terremoto, polemiche sulla campagna affinché le donne approfittino della fertilità finché c’è. Insomma, ogni nauseabonda cosa è al suo posto. Ma Nicola S. no (Solo S per motivi di privacy). Non lo conoscevo bene; era più o meno un conoscente, con il quale condividevo qualcosa: la passione per la fotografia.

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Il Fujiday del 5 luglio 2016, da Sicily Photo a Palermo

Non sono abituata a scrivere di eventi di carattere commerciale. Tutto quello che sono e tutto quello che penso di solito fa a botte con ogni sorta di “interesse economico”. Sono una che combatte guerre perse, che si innamora di realtà moribonde, illudendosi donchisciottianamente di riportarle in vita. Così è stato con la fotografia. Ho cominciato a scattare e ad appassionarmi a cavallo tra il tramonto della pellicola e l’alba del digitale. Appena in tempo per sentire la viscerale mancanza della camera oscura, unica attività manuale in cui sia mai riuscita. Appena in tempo per cominciare a soffrire di ulteriori ore di camera chiara, cioè al computer, oltre quelle passateci per lavoro. Una così non è capace di concepire idee di successo commerciale o di scegliere l’onda giusta. Ma recentemente ho assistito ad un evento che mi ha spinto a prendere posizione scrivendone.

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Presentazione a Trapani degli ultimi due libri di G. Leone

Venerdì 28 maggio mi è capitato di presentare i due volumi di Giuseppe Leone: “Storia di un’amicizia” e “L’isola del pensiero”, ospite della bella manifestazione TrapaniInPhoto (25 maggio – 12 giugno). In particolare, il primo dei due volumi è stato rieditato, con l’aggiunte di alcune foto all’interno e proposto anche in versione cofanetto, con l’aggiunta  di una stampa originale, baritata, del Maestro. E’ stata davvero una bella esperienza! Ringrazio il curatore, Giuseppe Prode, per avere pensato a me, permettendomi di dialogare con un fotografo che ha contribuito a fare la Storia, non solo della Fotografia ma del nostro Paese. Giuseppe Leone si è dimostrato un vero uomo di cultura che, attraverso la fotografia, ha preso parte alla vita del suo tempo, curioso di tutto. Ancora oggi ha mille interessi e mille progetti.

Storia di un’amicizia

Per via di una brutta bronchite

Per via di una brutta bronchite, ho dovuto fare delle aerosol. Con la mascherina che prende naso e bocca mi ero trovata male. Così ho adoperato un orrendo boccaglio che ti spara il farmaco vaporoso direttamente in gola. Trascorrere 20-30 minuti con questa cosa in bocca, è davvero brutto, stimola conati di vomito. Ho ritentato con la mascherina. E guardandomi allo specchio mentre la reggevo sulla faccia ho capito. Ho capito perché l’avevo rifiutata. L’ultima volta in cui ho visto mia madre viva era imprigionata in quella maschera. Respirava forzatamente. Il petto le si gonfiava e sgonfiava e, oltre la maschera, gli occhi mi guardavano smarriti. Avrebbe voluto parlare e non riusciva. Mi sono vista come lei, sovrapposta a lei. Somigliante oggi in maniera straordinaria. Con lo stesso taglio d’occhi oltre la mascherina. Ed ho capito perché fin dall’inizio l’avevo rifiutata. E…. non ci sono foto per questo pensiero!

Maria, una leonessa dagli occhi stanchi

E’ Maria. Un volto noto a chi frequenta la zona della Cala e della Fonderia Orotea a Palermo. Insieme alla sua numerosa famiglia, gestisce traffico e parcheggi, contrastando spesso con i vigili, quelli veri. Conosce e saluta tutti con grande educazione. Noi ci saluta con calore. E’ una leonessa! Stanca! Che però – malgrado gli acciacchi dell’età acuiti dal trascorrere molte ore in strada, con il caldo e con il freddo – mi trasmette sempre una grande forza. Lei è fortemente Palermo. E’ il genio femmina. Il simbolo di un mondo che resiste all’espansione dei non luoghi, dell’omologazione. Parla di sé lasciandoci intravvedere un carattere roccioso. Come una roccia sa di essere stata scagliata in questa vita, in questa piazza. E che quello è il suo posto. Della sua non scelta ha fatto una scelta eroica.

Amo questi volti, che con ogni piega raccontano. E amo che la fotografia restituisca dignità a chi rischia di passare inosservato. Amo raccontare quello che succede mentre non succede niente. Mi appassiona il disordine vivo, le voci vociate in strada.

Sono nata fuori tempo massimo. La fotografia di oggi si pone altre sfide. Non vuole più essere traccia. Non posso ripercorrere il neorealismo; né fondare il neo-neorealismo. Eppure è la sola cosa che mi interessa.

“Abbiamo visto già tutto. Non c’è più niente da scoprire. …” Non è vero! Non ci credo!

La vita di Maria non la conosciamo. Ce l’ha tutta in faccia.

Ha il silenzio bello, sfacciato. Altre donne potrebbero avere un bel sorriso. Lei ha un bel silenzio. Te lo punta contro imbronciata, come una bambina.

Sono sei anni che parcheggio grazie a Maria e grazie al suo saluto ravvivo il mio senso di appartenenza al mondo. Al fluire della gente, con cui tanto ho in comune, anche nei momenti in cui mi sento più sola.

Allergica a questo?????

Mentre me ne sto a casa con una febbre allergica, asma e malesseri vari, penso… Ma tutto questo, la natura, può davvero farmi male? Può davvero essere la causa del mio nuovo male? Difficile da accettare. Comunque, sono qui… e allora gioco con le immagini della scorsa primavera, sperando di ritrovare il benessere necessario a tornare in giro, a scattare

Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina

Come ho detto ai miei studenti proprio durante l’ultima lezione di Sociologia, volendo spiegare loro la dinamica cognitiva del pensiero ideologico, l’ideologia, a differenza di un credo o di un qualsiasi sistema di valori, pretende di poter dimostrare la propria legittimità e fondatezza, attraverso ragionamenti parascientifici.

Con una metafora spaziale, se io sono nata e cresciuta al vertice di un parallelogramma di quattro lati, e non me ne sono mai allontanata, descriverò l’ambiente in cui vivo come un rombo perché da quella posizione vedrò un rombo. E pretenderò di poter dimostrare agli altri che si tratta proprio di un rombo. Se io invece nasco e cresco lungo uno dei lati del parallelelogramma che supponiamo essere un rettangolo, sosterrò che il mio ambiente di vita è rettangolare, con eguale convinzione.

Quindi il figlio di Riina, che non ha nemmeno frequentato la scuola con gli altri bambini, è forse stato indotto a guardare e giustificare il mondo, il suo mondo, a partire da quella posizione, ben radicato in quella posizione. Peccato però che siamo in un’epoca in cui i media vecchi e nuovi suppliscono ai viaggi, alle esperienze “altre”. Continua la lettura di Effetto di posizione e disposizione – Sul figlio di Totò Riina